L’Occidente a rischio default? Colpa dei Beatles...

E se della crisi economica fossero responsabili sottosotto anche i Beatles? Il suggerimento, né troppo bizzarro né provocatorio, arriva da Il capitalismo. Verso l’ideale cinese (Marsilio, pag. 335, euro 21), ultimo saggio di Geminello Alvi. L’illuminante scrittore di cose di economia e non solo dimostra come il capitalismo occidentale, stretto dal velenoso abbraccio di «prepotenza statale, mania di spesa dei governanti e vanità che spinge a consumare beni inutili» sia ormai degenerato in un esito «cinese e omologante». Chi già si fidava poco dell’impero di Pechino, troverà conferme: oltre la Muraglia il capitalismo di Stato si regge sulle «abnormità dispotiche» del partito comunista cinese. Chi poi avesse ancora dubbi sulla complicità degli Usa e sull’interdipendenza delle due superpotenze, se li toglierà. Veramente originale è invece l’inserire i quattro ragazzi di Liverpool in questa storiaccia che vede coinvolti presidenti della Repubblica, banchieri, industriali e soprattutto consumatori. Gli «scarafaggi» crescono nel Regno Unito del dopoguerra oculatamente governato dai conservatori che garantiscono alle nuove generazioni un benessere mai conosciuto prima. Invece di finire in fabbrica come padri e nonni, i giovani inglesi possono spendere in dischi, vestiti, addirittura fondare complessini che si ispirano al rock’n’roll americano.
I Beatles hanno la marcia in più di un innegabile talento nel comporre melodie e in pochi anni diventano più famosi di Gesù Cristo e «il miglior prodotto riuscito agli inglesi dalla rivoluzione industriale». Grazie a loro decollano il business della pop music e tutta l’economia britannica. Nei primi tempi non si prendono troppo sul serio, da bravi proletari arricchiti si definiscono non «entertainers», intrattenitori, ma «money-makers», macchine da soldi. Ai loro coetanei, però, non stanno vendendo solo musica e moda, anche l’illusione di «un’adolescenza protratta oltre ogni decenza». Il ’68, «lusso di una gioventù prospera e annoiata» li trasforma in icone antisistema e loro stessi cominciano a crederci sponsorizzando droghe, suggestioni orientali, «un’etica da stati alterati» che contagia un’intera generazione. I figli dei fiori si rivoltano contro i loro padri, contro la loro civiltà, ma in realtà sono in preda a nuove «epidemie di consumi, indotte dai maggiorati tempi d’ozio». Che succede quando uno di questi hippy cresciuti arriva alla Casa Bianca? Bill Clinton contagia Alan Greenspan, allora presidente della Federal Riserve, con la sua fiducia da «stato alterato» nella net-economy, «stato di istupidimento di massa» che gonfia a dismisura «il capitale fittizio», la bolla speculativa esplosa nel 2008. Dunque, se finiremo non nel cielo con diamanti come Lucy ma sotto un ponte, sappiamo chi incolpare.