L’Olocausto non c’entra. Il Pontefice vuole sanare uno scisma

I concili ecumenici nascono come risposta a eresie oppure producono scismi. Il Concilio di Trento fu una risposta alla riforma protestante: il Concilio Vaticano I diede luogo allo scisma dei vetero cattolici che non accettarono il dogma dell’infallibilità papale. Il Vaticano II ha dato origine a un piccolo scisma, quello della Fraternità San Pio X, ma quel fatto fu l’indicazione di uno scisma più profondo, dovuto ai molti fedeli che credettero di aver perduto la loro Chiesa, di veder sottratta loro la propria religione, soprattutto la propria liturgia. Toccare la liturgia vuole dire sempre toccare corde profonde, basti pensare all’antico scisma dei «Vecchi credenti» in Russia.
Ma vi fu anche un altro fenomeno provocato dal Concilio Vaticano II, cioè la sua lettura come rottura con la tradizione e quindi con la possibilità di reinventare teologia e Chiesa secondo modelli secolari, legati alle diverse culture e alle diverse scuole. Il Papato fu il punto in cui si conservò l’unità della Chiesa. E si comprende come ora il Papa cerchi di comporre lo scisma formale della fraternità di Econe. Nel contempo è cambiato il clima del mondo.
La fine del comunismo ha tolto i modelli che puntavano sul marxismo come riferimento culturale e sono stati seguiti da altri che puntano ora sulla differenza del «diverso» per trovare nella alienazione dell’identità cattolica il proprio della carità cristiana.
D’altro canto la Chiesa è combattuta all’esterno dallo scientismo e dal culto delle tecnologie. Quello spazio di influenza che la sinistra consentiva alla Chiesa è finito e la secolarità oggi è ideologica e scientifica e punta sull’onnipotenza delle tecniche umane. Questo cambio di cultura rafforza il tema della Chiesa come unità e della differenza cattolica come l’evento identificante e confortante. Questo è il messaggio proprio di Papa Ratzinger, che vede nella liturgia la forma altissima della Chiesa e per questo guarda con simpatia i movimenti che hanno conservato l’identità liturgica. Di qui lo sforzo per comporre lo scisma con la Fraternità di Econe, che ha conservato l’antica liturgia in forma sacra e quindi costituisce un punto di riferimento che può essere accettato da tutta la Chiesa. Ciò non significa il riconoscimento dell’opinione dei singoli vescovi e nemmeno della comunità di Econe come tale. Il Papa ha soltanto tolto una sanzione ecclesiastica come Paolo VI l’aveva tolta alla Chiesa di Costantinopoli e alle Chiese ortodosse. Cioè non toglie le differenze che ancora rimangono tra la Chiesa cattolica e la comunità e che anche il riconoscimento di Israele come popolo di Dio avente ancora il suo compito dopo la rivelazione cristiana.
Proprio il fatto che il nazismo abbia tentato di distruggere Israele come premessa alla distruzione del Cristianesimo trasformandolo in un culto ariano, indica come il nesso tra Chiesa e Israele sia emerso ancora più forte dopo il tentativo nazista di sopprimere Israele e di annettere il Cristianesimo alla germanità.
Il tentativo di reintegrare uno scisma è sempre un compito perenne. È sempre un compito perenne per il papato. E Papa Benedetto ha voluto assumersene il compito e anche gli oneri. È sua la tesi della continuità della liturgia, come del dogma, nella Chiesa e del bene prezioso che essa rappresenta. Le posizione di Papa Benedetto sul rapporto tra Chiesa e Israele sono troppo note perché l’opinione di un vescovo possa fare ombra alla continuità della Chiesa e alla novità che ha essa incorporate attingendole a un tempo dalla sua tradizione e dalla sua esperienza storica.
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