L’onda lunga del doping sulla morte del ciclista Cox

Sudafricano, 28 anni, era reduce dal «solito» intervento alle arterie

Vogliamo chiamarli effetti collaterali? Quelli di un certo doping potrebbero essere qui, sotto gli occhi del mondo: un ragazzo di 28 anni, il sudafricano Ryan Cox, scalatore di belle speranze per un Paese che sta vivendo il boom della bicicletta, giace in una camera ardente di Johannesburg. Dovendo spiegare la sua morte, si parla ufficialmente di complicazioni dopo un intervento chirurgico subito in Francia. Ma è la storia di questo intervento che raggela. Quanto meno, raggela chi mastica usi e costumi di un certo ciclismo.
Riavvolgendo il film: Cox soffre da mesi ad una gamba. Non ha potenza, spesso dà dolore. Ne parla con il suo compagno più esperto, Robert Hunter, bandiera del ciclismo sudafricano, che recentemente ha regalato al proprio Paese la prima vittoria di tappa in un Tour. I due corridori vestono la stessa maglia Barloworld, una mega multinazionale - sempre sudafricana - che cavalca l’onda emergente dello sport a due ruote sponsorizzando una squadra professionistica, affidata per la guida tecnica all’esperto Claudio Corti, nostro ex campione iridato dei dilettanti, nonchè già direttore sportivo dei Bugno e dei Cunego.
Hunter non ha dubbi: consiglia Cox di farsi operare dal luminare del ramo, il professor Jean Michel Chevalier, francese che taglia e cuce a Lione. Per chi bazzica il ciclismo, il nome evoca scenari da brivido: questo chirurgo, negli ultimi vent’anni, ha già operato oltre seicento ciclisti, sempre per lo stesso problema. Arteria iliaca femorale. Con risibile arrampicata sugli specchi, tanti medicastri hanno cercato a lungo di spiegare come si tratti di un disturbo professionale: tante ore in sella, dicono, provocano problemi a questa arteria. Ma la verità è un’altra, come spiega il mondo scientifico più serio e più attendibile: la povera arteria, ad un certo punto, non regge più la pressione di un sangue troppo denso. E siamo al punto: a partire dagli anni Novanta, il sangue dei ciclisti è spesso troppo denso perchè troppo ricco di globuli rossi, simpaticamente apportati dalla magica Epo (eritropoietina). Anche i più sprovveduti in scienze ormai l’hanno imparato: il valore che misura questa situazione è l’ematocrito. Mediamente intorno al 42-44. In certe annate dell’Epopea, circolavano morti viventi con 60.
Il povero Cox si fa operare da Chevalier il 3 luglio. L’intervento risulta riuscito. Tanto che nei giorni seguenti il corridore torna in Sudafrica per la convalescenza. Lunedì scorso, improvvisamente, l’allarme: Cox sta male. Lo portano d’urgenza al Kempton Park Hospital di Johannesburg, dove viene rioperato. Inutilmente. Per imprecisate complicazioni, Ryan Cox, speranza del Sudafrica, saluta tutti all’età di 28 anni, quando la morte non è contemplata nemmeno nell’immaginazione.
Le informazioni arrivano logicamente frazionate e incomplete dalla lontananza di un altro continente. Ma sin dal primo momento, questa morte incredibile e inaccettabile - per noi uomini lo sono tutte, ma questa di più - non manca di sollevare i dubbi più atroci. La domanda è inevitabile: perchè Cox, anche Cox, soffriva all’arteria iliaca femorale? Che cosa scorreva in questa arteria? Impietoso dirlo adesso, ma la congettura più realistica è una sola, la stessa che emerge ogni volta dal pellegrinaggio di Lione: troppo denso, troppo alterato, quel flusso di sangue. E non per cause naturali.
Seicento ciclisti in vent’anni sono lì a dimostrarlo. Come una gelida pietra tombale.
Volesse il Cielo che già domani emergesse un’altra verità. Ma sarà dura sgombrare il terreno dal suo macigno più pesante. Purtroppo, per Cox è una discussione ormai del tutto superflua. La sua storia tragica e assurda serve molto di più a chi resta. Soprattutto a chi sostiene allegramente che il doping non fa danni. Difatti.