L’onda lunga della nostalgia quando i vinti sono vincitori

da Washington
È verità ormai acquisita, pur se contestata: di regola la Storia la scrivono vincitori, quasi sempre ai vinti rimangono il mito e la poesia. In epoca moderna non è mai stato vero come a proposito della Guerra civile americana, su cui i racconti e i giudizi hanno oscillato secondo ritmi non dissimili da quelli dell’andamento militare del conflitto. Durante la guerra ha parlato soprattutto il Nord, che possedeva, oltre ai cannoni di Grant e di Sherman, la spada lucente della «crociata contro la schiavitù». Nel dopoguerra ha cominciato invece a montare l’onda lunga della nostalgia, della mitizzazione, governata soprattutto dagli uomini di penna, memorialisti e romanzieri più tardi autori di cinema. Tutti si ricordano di Via col vento, molti del più importante Birth of a Nation, un «muto» uscito durante la Prima guerra mondiale dal genio di Griffith e ispirato a un romanzo apologetico addirittura del Ku Klux Klan. Alla «prima» fu invitato, e venne, il presidente degli Stati Uniti in persona, Woodrow Wilson.
I successi letterari della defunta Confederazione continuarono a dominare la narrativa - non soltanto in America -, mentre il Sud reale continuava a vegetare nella miseria e nel sottosviluppo causati dalla sconfitta. Non ebbe parte che minima nella conquista del West, attirò ben pochi immigranti e vide invece tanti suoi figli andarsene verso il Nord. Mancò più di un boom. Non possedeva industrie, non aveva jobs da offrire, era incatenato dai rancori razziali e dalle barriere di casta con cui i bianchi immiseriti difendevano il proprio orgoglio opprimendo gli ex schiavi ancora più poveri di loro e tramandandosi la saga di una lunga carica impossibile, cavalli contro cannoni forgiati dalle acciaierie del Nord. Faulkner contro Ford. Un aneddoto rivelatore comparve su un quotidiano di Atlanta, nella descrizione di un funerale: «Gli scavarono la fossa in una foresta di abeti vicino a una miniera di ferro, eppure la bara di abete era stata importata dal Michigan e i chiodi e la pala del becchino da Pittsburgh, in Pennsylvania. Fu seppellito in un abito fatto a New York, mutande di Chicago, una camicia di Cincinnati e scarpe di Boston. Di suo il Sud aveva fornito il cadavere e la fossa». In compenso si continuava ad erigere monumenti ai suoi eroi sconfitti, a produrre immagini delle donne (europee) del Sud «vestite come angeli» sotto le magnolie dei loro giardini, a sventolare fazzoletti candidi agli uomini in partenza per la battaglia, illuminati, ma non scaldati abbastanza, dal bianco sole dei vinti.
Poi, inevitabilmente, le due correnti si mischiarono. Fu un altro conflitto, la Seconda guerra mondiale, a rilanciare l’economia del Sud e a produrre, in seno alle forze armate, i primi procedimenti concreti di integrazione razziale. Una spinta che non poteva non allargarsi, negli anni Sessanta, al movimento per i diritti civili e all’erosione della segregazione. La seconda metà del XX secolo fu quella del boom di alcuni Stati del Sud, in genere accompagnato da un declino del suo monopolio culturale. Rimanevano le statue, gli emblemi della Confederazione nelle bandiere dei singoli Stati, i musei dei «ribelli». Ma i loro piedistalli cominciavano a incrinarsi a mano a mano che la «correttezza politica» riportava al centro del discorso sulla Guerra civile l’istituto della schiavitù riducendo il ruolo delle altre sue cause, soprattutto economiche e commerciali.
C’è chi parla di normalizzazione, chi di «meridionalizzazione», riferendosi al potere politico a Washington, al fatto che degli ultimi cinque presidenti degli Usa quattro sono venuti da Stati dell’ex Confederazione. Nel suo romanzo «The last gentleman», Walker Percy narra il ritorno del protagonista alla terra che aveva abbandonato per lunghi anni: «Il Sud che ritrovò era tanto diverso dal Sud che aveva lasciato: era ottimista, vittorioso, pio, ricco, patriottico e repubblicano». Statue ed emblemi spariscono a poco a poco. Il potere politico ed economico del Sud cresce in cambio, si direbbe, del riconoscimento della sua accettazione dei valori «nordisti». Una reazione antirevisionista impone di giudicare il passato secondo i metri, le esigenze, il fine del momento. Da quando sul marmo della memoria c’è quella macchia riconosciuta come tale non si possono più erigere statue. E nella controversia tra gli storici, anche i «filo-Sud» ora riabilitano Abramo Lincoln, ridimensionando eroi confederali come i Jefferson Davis e i Robert Lee.
Fa eccezione, si diceva all’inizio, una narrazione ancora irrorata dalla poesia nella forma del romanzo storico moderno, cioè di una miscela sapiente fra ricordi reali, memorie condivise, descrizione di sentimenti, perfettamente plausibili e immuni dai revisionismi. I libri di cui si parla qui accanto: «La marcia» di Edgar Doctorow e, adesso, «La spada e le magnolie - Il Sud nella storia degli Stati Uniti» di Raimondo Luraghi. Un racconto il primo, il secondo un libro di storia che è anche storia della Leggenda.