L’«organetto» che incantò anche i pellerossa

Esordì bambina a teatro. Per ogni serata intascava l’equivalente di una villa. Ma guai se le mancava il suo infuso di gambi di ciliegie

La cantante aveva appena attaccato «Casta diva», quando si ruppero le acque e il bebè venne alla luce sul palcoscenico tra la commossa partecipazione degli spettatori. La piccola raggiungeva Amelia e Carlotta già al mondo da qualche anno. Un grazioso terzetto, frutto degli amori coniugali di Caterina Chiesa Barilli, soprano specializzato nella Norma, e di Salvatore, catanese, tenore e giramondo che nel frangente si trovava con la famiglia a Madrid. Quella nascita coram populo fissò una volta per tutte il destino della neonata che visse poi sempre in funzione del pubblico. Fu la Diva per eccellenza della seconda metà dell’800. Un cumulo di capricci, fissazioni e vanità, in un involucro di grande charme che fece perdere la testa a molti. Ma lei, temperamento freddo e calcolatore, usò gli uomini per i propri fini.
Bambina prodigio, a otto anni aveva già debuttato. A nove partecipò a un banchetto in suo onore a New York, dove i genitori si erano stabiliti. Le sedeva accanto il celebre filantropo norvegese Ole Bull. La bimba lo pregò di versarle nel bicchiere dello champagne. L’uomo, data l’età della richiedente, fece un paterno no col dito. La piccina, invece di piantare una grana e piangere, sollevò la manina e rifilò un sonoro ceffone all’impertinente. L’episodio illustra il genere di rapporti che ebbe con i maschi.
Accettò solo spasimanti ricchi o altolocati. Un principe regnante tedesco le offrì un matrimonio morganatico a patto che smettesse il lavoro, accontentandosi di vivere in un castello. Rifiutò non per la rinuncia che le era imposta, ma per l’offerta offensiva delle nozze spurie. Si riteneva, in tutto e per tutto, una regina.
Sposò, ventiquattrenne, il marchese di Caux, scudiere dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III. Testimoni d’anello i coniugi imperiali, la cerimonia nuziale si svolse nella chiesa cattolica di Clapham, vicino a Londra. Il principe di Galles dette un ballo per festeggiare la neo marchesa. Il matrimonio andò presto a rotoli. Il marchese, che aveva il blasone ma mezzi limitati, deluse la sposa che guadagnava cento volte più di lui.
Ogni apparizione della diva era pagata fino a 25mila franchi, l’equivalente di una villa. Nelle città dove si esibiva, gli alberghi erano gremiti. La gente veniva dalle campagne dei dintorni per vederla. Se gli hotel erano stracolmi, c’era chi dormiva nelle strade e nelle piazze. I teatri e le sale erano gremiti all’inverosimile. A Bucarest, uno spettatore arrampicato su una colonna precipitò. Un bimbo rimase ucciso, una corista ebbe il petto schiacciato. La diva, imperterrita, portò a termine la parte e rispose a quattro chiamate alla ribalta. Poi commentò: «Nessuno viene a vedermi per niente. O mi paga col denaro o paga con la vita».
Si spostava per il mondo col segretario, la cameriera Patra, indiana delle Samoe, e un domestico. Sposò in seconde nozze Ernst Nicolas, un greco francese, che aveva un nome d’arte italiano, Ernesto Nicolini. Era un eccellente tenore diventato famoso per il fragoroso starnuto che emise durante la recita di Saffo nel drammatico momento in cui la protagonista si gettava in mare per morirvi. Per impalmare la diva aveva lasciato moglie e cinque figli. Anche lui fu angariato. La neo consorte pretendeva che, per pranzare con lei, vestisse lo sparato e l’abito scuro. Nicolini pensò, ingenuamente, di non dovere però inalberare pure le decorazioni. Ma lei lo redarguì: «Quando un imperatore viene a teatro vi affrettate a tirare fuori le vostre chincaglierie, e io che sono cento volte più acclamata che un imperatore, non merito un simile riguardo?». Il misero ebbe il buon senso di morire a stretto giro, lasciando alla vedova lo sfarzoso castello di Craig-y-Nos, nel Galles.
Fu giudicata la più bella voce dell’Ottocento e detta, con un po’ di irriverenza, «divino organetto». Prima di andare in scena beveva di continuo un infuso di gambi di ciliegie. Litri e litri, tanto che nel camerino dovevano sempre esserci uno o due vasi per «uso intimo» da utilizzare nelle pause. «Memento, due vasi», telegrafava immancabilmente il suo impresario, il moravo Strakosch, ai direttori dei teatri. Uno di essi cadde in equivoco e le fece trovare, al posto dei pitali, due vasi di fiori. La Diva irata rifiutò di cantare. Se invece tutto filava liscio, a fine spettacolo i cànteri venivano spezzati e i frammenti rivenduti al pubblico che ne faceva anelli e spille da cravatta.
Di passaggio a Roma col terzo marito, il barone svedese Rolf Cedarstroem, di molti anni più giovane di lei che ne aveva già 56, la intervistò Luigi Barzini sr, allora imberbe. Intenerita, la diva gli confidò la sua più strabiliante avventura. Un treno su cui viaggiava negli Usa fu bloccato da pellerossa armati e urlanti. Spinta dai passeggeri terrorizzati, il «divino organetto» si affacciò al finestrino e cominciò a cantare. Gli indiani si adunarono sotto il vagone, immobili e silenti. Mentre i trilli salivano verso le stelle, il treno si rimise lentamente in moto col suo carico umano sparendo nella notte.
A 76 anni, la diva morì nel suo castello inglese portando con sé il mare dei suoi ricordi.
Chi era?