«L’orgoglio di avere una strega in famiglia»

Intervista con l’autrice de «La figlia dell’eretica», discendente di una vittima della persecuzione di Salem

Il libro di un’autrice esordiente i cui diritti sono stati acquistati immediatamente in tutto il mondo. Un’uscita quasi in contemporanea in più Paesi tra cui per prima l’Italia, seguita da Inghilterra, Stati uniti, Spagna, Germania, Olanda e Polonia. La Figlia dell’eretica (Longanesi, pagg. 321, euro 17,60, in libreria da dopodomani) di Kathleen Kent è già un caso editoriale mentre è ancora fresco di stampa.
Il fatto non stupisce perché quest’opera prima, partorita da una energica bionda texana che sino ad ora si era occupata di cose lontane dalla narrativa, ha la capacità di solleticare i gangli giusti dell’immaginario. In primo luogo è un romanzo, con alle spalle una minuziosa ricerca, che torna sulle vicende delle «streghe» processate a Salem nel 1692, uno degli episodi più oscuri della storia americana. Affronta una leggenda nera, un mito fondativo al negativo. In secondo luogo si confronta con uno dei libri più importanti della letteratura a stelle e strisce La lettera scarlatta, scritta a metà dell’ottocento da Nathaniel Hawthorne, autore geniale ma anche nipote di quel John Hawthorne che fu uno dei giudici del processo di Salem. Non bastasse: se Hawthorne era parente di uno degli uomini che mandarono più di venti persone ingiustamente al patibolo, Kathleen Kent è discendente dell’unica imputata che, resistendo a torture e minacce, rifiutò di ammettere la sua colpa e di coinvolgere altri innocenti: quella Martha Carrier definita dai suoi accusatori «La regina degli inferi». Così le vicende familiari si incrociano con la letteratura in uno strano gioco di specchi.
A questo si aggiunge che il romanzo è ben scritto e coglie le vicende di quella lontana estate 1692 da un’ottica originale. La cornice è quella raccontata dagli storici: nel piccolo borgo di Salem provato dal pericolo delle incursioni indiane e dal vaiolo, alcune ragazzine giocano a fare le veggenti. Quando vengono scoperte iniziano a raccontare di essere state sottoposte a maleficio, cadono al suolo tarantolate, accusano. Nella dottrina puritana, diversamente dal cattolicesimo, il sovrannaturale è ovunque, quindi per i pastori che controllano questi villaggi-stato l’equazione torna perfettamente. Iniziano arresti e torture. Gli imputati, terrorizzati, confessano qualunque cosa. Più di venti persone sono giustiziate. La caccia si ferma solo quando interviene il governatore del Massachusetts. Dopo di che tutti cercarono solo di dimenticare, arrivando anche a cambiare nome al villaggio di Salem.
La Kent di questa storia coglie gli antefatti, si concentra sui personaggi di cui sappiamo meno, quei bambini che vennero gettati in carcere con le loro madri. La sua voce narrante è la piccola Sarah, figlia di Martha Carrier, costretta ad assistere, imprigionata lei stessa, alla prigionia e poi all’impiccagione della madre. «Una ragazza costretta, troppo presto, a fare i conti con l’odio». Come ci spiega l’autrice che abbiamo incontrato a Milano, dove è venuta a presentare il libro.
Signora Kent quand’è che ha sentito parlare per la prima volta di Martha Carrier?
«La prima volta che ho ascoltato la sua storia avrò avuto otto o nove anni. Ero seduta al tavolo della cucina e mia madre e mia nonna stavano parlando di Martha Carrier. È un fatto di nove generazioni fa ma, nella mia famiglia se ne è sempre parlato quasi come di una persona presente. Come prima cosa chiesi a mia madre se fosse davvero una strega. Lei mi guardò e rispose di no, che era una donna forte. Non disposta a tacere, dotata di una lingua tagliente, tutte cose che all’epoca non erano tollerate, che le procurarono odio e nemici».
E sin qui era una saga di famiglia. Com’è diventata un libro? «Me ne sono occupata a più riprese nel corso della mia vita, leggevo cercavo carte... Poi alla fine mi sono dedicata a questo libro con una ricerca durata cinque anni. Ho letto gli atti dei processi per ricostruire la figura di Martha, sono andata a visitare le vecchie costruzioni dell’epoca, persino una vecchia casa che appartenne ai Carrier e che è ancora in piedi. Ho letto tutti i libri e le lettere dell’epoca reperibili. Alla fine chiudevo gli occhi e mi sembrava quasi di poter camminare per le strade o per i campi di Salem, di Billerica...»
E ha deciso di camminarci come se fosse la piccola Martha...
«Ho scelto l’ottica di una bambina perché era l’angolazione più di impatto. I bambini, le bambine soprattutto, nella società puritana erano la parte debole dimenticata. Anche quella di cui nei processi si parla di meno. Eppure vennero incarcerati, in condizioni terribili con le famiglie».
Al di là del legame personale perché è ancora importante scrivere di Salem?
«Vede, molti americani hanno conosciuto la vicenda attraverso una rivisitazione politica, basta pensare al Crogiuolo di Arthur Miller che usò Salem per parlare del maccartismo. Molti altri lo conoscono solo per le mascherate della notte di Halloween. Io ho voluto recuperare la dimensione umana di quei fatti. Dire qualcosa sull’intolleranza religiosa in un’epoca in cui torna a farsi sentire. Anche oggi la gente può essere vittima della superstizione, soprattutto quando si mescola alla corruzione o al potere assoluto».
Leggendo la cosa che più colpisce è come l’odio riesca a infiltrare una piccola comunità dove tutti si conoscono...
«È stato un meccanismo difficile da indagare, da comprendere e da raccontare. I puritani si trovarono in un mondo nuovo e ostile, per loro popolato di presenze invisibili. Un mondo in cui cercavano di trapiantare un pezzo d’Inghilterra. Fantasia e realtà si mischiarono, gli indiani vennero percepiti come dei veri e propri diavoli, erano correlati alle streghe... Basti pensare che alcune delle ragazzine che si trasformarono in feroci accusatrici avevano subito il trauma di essere rapite dai Pellirossa... A questo si sommarono piccoli rancori personali la voglia di essere per una volta al centro dell’attenzione, forse anche inconsciamente, recitando la parte della vittima di un maleficio... Bastò per avviare una meccanismo infernale».
Ed è questa capacità di rappresentare il lento scivolare dalla normalità alla follia persecutoria il pregio maggiore del romanzo. La capacità che lo rende attuale e non solo narrazione storica ben orchestrata.