L’Oriente sbarca a Torino per parlarci del futuro

Numerosi artisti cinesi, giapponesi e coreani affrontano il grande tema della vita negli spazi collettivi

La mostra «Alllooksame» curata da Francesco Bonami alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino di via Modane, 16 (informazioni al numero 0113797600, sito Internet www.fondsrr.org) raccoglie opere di giovani artisti da Cina, Corea e Giappone. Bonami è partito dal presupposto che non ci sia niente di più offensivo dell’idea occidentale che tutti gli orientali si somiglino. Eppure il titolo è tratto da un sito web giapponese, creato da Dyske Suematsu. «Un tempo l’“Oriente” era lontano, oggi è vicino ma può ancora creare una distanza non più geografica, ma temporale. L’“Oriente” si comporta come se fosse una specie di futuro, un futuro che esiste nel presente, confondendo i problemi e producendo ansietà» scrive Bonami.
Per molti spettatori occidentali il primo impatto con la nuova arte asiatica si è verificato alla Biennale del ’99 diretta da Harald Szeemann che invitò un folto gruppo di artisti cinesi. Lì, accanto a molti pittori (parecchi dei quali assai modesti), spiccavano Chen Zen e Cai Guo Qiang. Ma le cose si evolvono rapidamente, lo stesso tema dell’identità si configura come un cangiante flusso di identità mutevoli. Nuovi luoghi di aggregazione diventano i mall asiatici. La Cina per esempio non ha spazi pubblici, la gente si incontra nei centri commerciali, come negli Usa. «Come possiamo ricreare l’Agorà all’europea?» si domandava recentemente il curatore Hou Hanru. Ma c’è uno spazio collettivo, un residuo del sistema socialista cinese: il «parco del popolo» che Carol (Yinghua) Lu definisce «uno spazio fisico e allo stesso tempo uno spazio della mente». In ogni città ce n’è uno, un improduttivo, marginale spazio frequentato da pensionati, disoccupati, diseredati. Le attività che vi si svolgono sono le più varie dal tai-chi alla danza delle spade, dalle lezioni di canto alla danza dei ventagli. Scrive Carol Lu: «I parchi del popolo sono un vasto palcoscenico accessibile a tutti, su cui si recita il dramma quotidiano delle persone comuni».
«In contrasto con questa volontà di rifuggire a qualsiasi categorizzazione di giapponesità da parte di un ampio gruppo di artisti giapponesi, l’attuale produzione artistica contemporanea cinese ha fatto della “cinesità” il proprio carattere distintivo, che si tratti delle pratiche tradizionali o delle visioni e dello stile di vita delle città contemporanee» scrive Mami Kataoka. È la Corea del Sud il Paese con il più alto indice di urbanizzazione e Seoul è la città più densamente popolata del mondo. Il tema della città è alla base di molti lavori: dagli oli su tela di Liu Wei, dove la città è ridotta a un gioco ottico, a una giungla tecnologica fino allo snodo stradale di Mori Chihiro, alla città su jeans di So Young Choi, al video sui parcheggi di Park Junebum, alle serrate sequenze fotografiche di Liang Juhui, alla pianta della città ricamata da Akiyama Sayaka.
Le opere di Manabu Ikeda, come afferma egli stesso, «sembrano provenire da un diario in cui gli eventi quotidiani e gli incidenti che si vedono al telegiornale vengono registrati in successione e le immagini si compongono dai margini». Interessante il filone che coglie il rapporto tra le persone e la città come i video di Cao Fei o le foto di Hu Yang che raccontano Shangai attraverso le piccole storie dei suoi abitanti: quest’ultimo mi sembra il lavoro migliore della mostra.