L’oro della Patagonia agli alpinisti italiani

Premiata l’impresa di Salvaterra che ha ripercorso la via «arca dei venti» sul Cerro Torre alla ricerca delle tracce della cordata di Maestri

Lorenzo Scandroglio

Le Olimpiadi di Torino inaugurano venerdì 10 febbraio e il Giornale-Montagne, insieme ai portali specializzati montagna.org e discoveryalps.org, assegna anzitempo la prima medaglia d'oro, quella per l'impresa alpinistica dell'anno, come avveniva nelle Olimpiadi invernali delle origini, a partire da Chamonix 1924. Oggi che quel riconoscimento è stato tolto dal contesto olimpico, il Piolet d'Or (che viene consegnato a giorni in Francia) resta il più ambito del panorama internazionale.
Il nostro oro va a uno dei finalisti del Piolet, il trentino Ermanno Salvaterra che, con i compagni di cordata Rolando Garibotti (italo-argentino ora residente negli States) e Alessandro Beltrami, ha fatto una cosa grandiosa sul Cerro Torre, la montagna simbolo della Patagonia insieme al Fitz Roy.
Procediamo con ordine, perché questa storia merita davvero di essere raccontata.
Le montagne in questione non sono particolarmente elevate, 3405 m il Fitz, 3102 m il Torre, ma la loro temibile bellezza di cuspidi affilate che si infilano con verticali pareti di granito e di ghiaccio nel cielo del fin del mundo, nell'estrema punta meridionale delle americhe, non ha nulla da invidiare agli ottomila himalayani. In Patagonia il sole è raro come l'oro e il vento esagerato. Naturalmente non mancano i soliti ingredienti che rendono spesso indigesta la scalata agli alpinisti: freddo micidiale e valanghe.
Cerro Torre e Fitz Roy, un po' come tutti questi luoghi remoti dell'emisfero australe sud americano, furono esplorati "fotograficamente" all'inizio del '900 dall'italiano padre Alberto Maria De Agostini (fratello del fondatore del noto istituto geografico) che fece conoscere queste montagne in Europa grazie a una serie di fotografie straordinarie narrando anche dei venti inauditi che le spazzavano di continuo. Quello che fece Vittorio Sella per il K2, tanto per intenderci. Quando vi giunsero gli alpinisti, dopo aver assistito esterrefatti alla riduzione in brandelli delle proprie tende, decisero di posizionare i loro bivacchi in buchi scavati nella neve e nel ghiaccio ai piedi delle montagne. Il massimo del confort in quella situazione: pareti, giacigli, credenze di ghiaccio con un buco in cima a far da porta e spiraglio di luce.
Parlare di estate è un eufemismo, ma la stagione patagonica, di fatto, cade quando da noi è inverno, essendo agli antipodi. Ecco perché quella che è sempre stata considerata la prima ascensione avvenne il 31 gennaio del 1959 ad opera di Cesare Maestri e dell'austriaco Toni Egger. Le relazioni del tempo narrano che i due con Cesarino Fava raggiunsero il Colle della Conquista. Qui le loro strade si dividono: Fava rinuncia, si fa calare per 200 metri e torna indietro. Maestri ed Egger in due giorni e mezzo superano i 700 metri che li separavano dalla vetta sulla parete nord. Poi il rientro, con la tragica fine di Egger, travolto da una valanga, sotto la quale rimase anche il materiale fotografico che testimoniava un'impresa assoluta per l'alpinismo mondiale. Nessuno mise in discussione il racconto di Maestri e Fava. Negli anni successivi, però, inizia la polemica, l'ennesima di un mondo controverso e affascinante come quello alpinistico. A Maestri furono mosse alcune contestazioni: in primis dopo il Colle della Conquista non sono mai state trovate tracce dei due alpinisti; inoltre, il tempo impiegato per raggiungere la vetta (2 giorni e mezzo) fu considerato non realistico. Maestri, a sua difesa, spiega che ascesa e rientro si svolsero principalmente su ghiaccio e questo permise da un lato, una rapida salita, dall'altro fece sì che non rimanessero tracce di chiodi sulla parete. Dal 1959 ad oggi nessuno era più riuscito a percorrere la via Maestri - Egger per riportarne delle prove.
Fino al 13 novembre 2005 quando Salvaterra, Beltrami e Garibotti hanno portato a termine la via L'arca dei venti. Vorremmo raccontarvi un lieto fine, la prova trovata, il superstite chiodo salvatore della patria rimasto per quasi cinquant'anni a testimoniare, ma non è così. Salvaterra e compagni non hanno trovato nulla. Resta sempre Eraclito, il filosofo greco antico, che diceva che "tutto scorre", nulla resta immutato, e le tracce delle cose si perdono, prime fra tutte la gloria degli uomini.
Ma quel che conta, a motivare la medaglia che noi oggi vogliamo dare a Salvaterra, pochi giorni dopo il suo cinquantunesimo compleanno, è la bontà di questa impresa, al limite della possibilità umane, conclusa in un tempo lampo, se si guarda alla scalata in sé, e che pure viene dopo anni di esperienze patagoniche per un alpinista che ha fatto di queste montagne la ragione stessa del suo cammino anche umano. Come ha scritto Carlo Caccia sulla rivista Alp Grandi Montagne "è stata un'avventura lampo, cominciata l'11 novembre: un epilogo fulmineo per una storia infinita. Un capolavoro simile a certe geniali improvvisazioni musicali, un viaggio da brivido nell'oceano dell'incertezza: tre uomini a bordo di una scialuppa impegnati a tener testa alla furia degli elementi. Ma Ermanno e compagni, questa volta, non ne volevano sapere di mollare: hanno tenuto forte il timone finché El arca de los vientos - bel nome per una via, no? - è arrivata in vetta al novello Ararat, dove la tempesta si è placata".
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