L’orso asburgico che visse odiato e morì osannato

Dopo due giorni di agonia, gli amici udirono il rantolo della morte nella gola del malato assopito. Tre ore dopo, nel pieno della notte, un fulmine illuminò la camera. Il morente aprì gli occhi carichi di odio e alzò il pugno contro il Cielo. Quando il braccio ricadde, era già quello di un defunto. Il cinquantasettenne era morto abominando il Cielo per il quale, in vita, aveva sciolto indimenticabili osanna.
Il Nostro fu il peggiore caratteraccio che un viennese potesse incrociare per le vie della città, a dispetto della sua sovrumana sensibilità, l’immensa fantasia, la celeste bellezza della sua opera.
Era stato l’incubo dei padroni di casa cui rinfacciava scomodi che era lui stesso a provocare. Era infatti di un disordine mostruoso e di una noncuranza foriera di danni. In 30 anni a Vienna, cambiò 28 volte residenza. Allo scompiglio della casa, corrispondeva quello della vita quotidiana. Quando indossava un vestito, non lo smetteva finché l’abito non cadeva in pezzi. L’odore del suo corpo - fu annotato da un coevo - era veemente come ogni cosa promanasse da lui. Già da giovane insegnante era eccessivo. Appena uno dei suoi studenti commetteva un errore, il Nostro lo percuoteva sulle nocche con un ferro da calza o lo pizzicava con forza. Una volta morsicò un allievo sulla spalla procurandogli una profonda ferita. Disprezzava quelli che considerava inferiori e, ai suoi occhi, lo erano tutti. «Che il diavolo ti porti coi tuoi principi morali. La moralità degli uomini superiori è il potere. Questo è il mio credo», urlava a destra e a manca. Ma, non avendo alcun potere di tipo politico, si riferiva a quello, in fondo innocuo, che gli derivava da una creatività superiore.
Come ogni suddito asburgico un po’ in vista dei primi dell’800, ebbe domestici al suo servizio. Fu insopportabile anche con loro. Spesso ci veniva alle mani. A uno che gli aveva portato una pietanza sgradita, scagliò ululando il piatto in faccia. Dagli amici era chiamato «orso», dai suoi germani, Carl e Johann, «dragone». Johann, in particolare, aveva di che lamentarsi di lui. Il giovanotto amoreggiava con una cameriera leggiadra e leggera. Il Nostro, che era il primogenito e un gran bacchettone (per principio non frequentava le adultere), ingiunse a Johann di lasciarla. Il cadetto rispose picche e l’altro reagì appellandosi al vescovo. Costui, dandogli retta, allontanò la damigella dal circondario. Johann, esasperato, sposò per dispetto la ragazza e lasciò il fratello intrigante con le pive nel sacco.
Per giustificare in parte il Nostro, va detto che fu tormentato dalla salute. Aveva diarree, cefalee, catarro, gotta, asma, emottisi e epistassi. A 28 anni, si scoprì duro d’orecchio. A 46, era sordo. Si vergognava della menomazione e non voleva ammetterla. Prima che la sordità lo isolasse da tutti, pensò al suicidio. Nel 1802, mentre soggiornava nel grazioso villaggio di Heiligenstadt, scrisse una lettera di commiato ai fratelli, che forse non fu mai spedita, ma che ci è rimasta. In essa, confessa le sue pene: «Quando sono in compagnia, sono assalito da ansietà per la paura di poter rivelare la mia condizione. Che umiliazione quando qualcuno che è di fianco a me può sentire un flauto lontano, mentre io non riesco a sentire nulla». Non mi uccido adesso, concludeva, perché voglio prima produrre «tutto ciò che mi sento di dover realizzare». E fu una fortuna perché eresse, nel quarto di secolo che gli restava da vivere, un monumento ineguagliato all’armonia.
La sordità sbrigliò la sua innata bizzarria. Andava spesso in campagna a ispirarsi. Camminava a grandi passi, gesticolando e emettendo suoni che, per lui, erano cantare, ma che venivano percepiti come barriti da chi lo incontrava. Un giorno un suo urlo fece fuggire una mandria di buoi giù dalla collina. Un’altra volta fu arrestato a Wiener Neustadt perché si aggirava per le strade, spiando attraverso le finestre delle case. Aveva anche una figura che generava sospetti in un universo ariano. Era piccolo, tarchiato, butterato e di carnagione scura, nonostante fosse tedesco di nascita e olandese di origini. Purtroppo per lui, non trovò una moglie che se ne prendesse cura. Corteggiava solo donne irraggiungibili, sposate o troppo altolocate. Le sole di cui chiese la mano erano oriunde italiane, Giulietta Guicciardi e Therese Malfatti. Ne ricevette due dinieghi.
La malattia che lo portò alla morte coincise con uno scoppio d’ira. Aveva appena perso il braccio di ferro con la vedova del fratello Carl per la custodia del nipote. Per costringerla a cedergli il figlio, aveva angariato la donna al punto da accusarla dell’omicidio del marito. Inutilmente: il ragazzo pur di sottrarsi allo zio si sparò una palla alla tempia e per poco non morì. Il Nostro si arrese, ma si ammalò di idropisia. Il corpo si riempì d’acqua da scoppiare. La prima incisione per far defluire il liquido, generò uno spruzzo che attraversò la stanza. Il successivo drenaggio riempì d’acqua metà del pavimento.
Al funerale intervennero migliaia. Franz Schubert, che in vita non aveva osato avvicinarlo, fu tra quelli che portarono sulle spalle la sua bara.
Chi era?