L’osteoporosi distrugge le donne

Un nuovo bisfosfonato è in grado di ridurre del 62% il rischio di fratture devastanti che portano all’immobilità

Ignazio Mormino

Dopo i quarant’anni, 23 donne su cento sono colpite dall’osteoporosi, cioè da una rarefazione della massa ossea che può provocare gravi fratture (la più temibile è quella del femore, che porta molto spesso all’immobilità). Questa percentuale raggiunge il 50 per cento dopo i sessant’anni.
Lo scenario è dunque preoccupante. Come ha rilevato il professor Pierre Delmas, presidente della Fondazione internazionale per l’osteoporosi, questa malattia «colpisce dieci volte più del carcinoma mammario». Non a caso, l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha dichiarata «malattia sociale».
A Roma, nei giorni scorsi, il professor Renato Mannheimer ha presentato una ricerca condotta in tutte le regioni italiane su 1.620 donne ultracinquantenni. Ecco alcuni risultati: le più informate sull’esistenza (ma non sempre sui rischi) di questa patologia sono le donne del Centro Italia, le meno informate quelle del Sud: non si difendono.
Un esame semplice e non invasivo - la Mineralometria ossea computerizzata (Moc) - può rivelare subito se si corre il rischio d’una lenta ma continua perdita della massa ossea. Una terapia iniziata in quello stesso momento può prevenire i danni, cioè le fratture (del femore, delle vertebre, del polso, del bacino) che sono quasi sempre devastanti.
A questo esame diagnostico che potrebbe «salvarle» ricorrono soltanto dieci donne italiane su cento. Le altre minimizzano (sostiene Mannheimer: «È diffuso un certo fatalismo»). «Spesso la donna si rende conto d’essere osteoporotica quando una prima frattura la mette di fronte alla realtà», sostiene il professor Sergio Ortolani dell’Istituto auxologico italiano. «In quelle condizioni» aggiunge «corre il rischio d’avere in tempi brevi altre fratture».
Per le donne che vogliono evitare il peggio, oggi un rimedio c’è. Si tratta di un bisfosfonato per via orale (nome chimico: ibandronato) che basta assumere una volta al mese. Questo principio attivo riduce del 62 per cento il rischio di nuove fratture, minimizzando gli effetti collaterali. Uno studio internazionale condotto l’anno scorso su un campione femminile molto vasto ha accertato che «le pazienti offese da osteoporosi post-menopausale preferiscono la terapia mensile a quella settimanale.
La professoressa Maria Luisa Brandi, cattedratica dell’Università di Firenze e presidentessa della Società italiana osteoporosi, aggiunge che le terapie, per essere efficaci, non devono mai essere interrotte. Ed è per questo motivo che un farmaco che viene assunto una volta al mese è preferito. In Italia lo Stato spende per le fratture di natura osteoporotica 50 milioni di euro; in Europa le stesse fratture costano 4 miliardi di euro e negli Usa 10 miliardi di dollari. Tali fratture sono ormai la prima causa di disabilità femminile: più del diabete e delle cardiopatie. Su 100 donne colpite da frattura del femore, cinque muoiono in fase acuta e venti entro un anno.