L’Ovra e il professore Così nasce una spia

Ad Amendola confessò la sua attività per la quale «nessuno aveva sofferto»

Tra i tanti meriti del recente volume di Mauro Canali (Le spie del regime, Il Mulino), c’è anche quello di aver dato corpo e sostanza a quella che fu a lungo considerata una semplice leggenda metropolitana. Secondo questa diceria, Aldo Romano, uno dei maggiori storici marxisti del movimento operaio del secondo dopoguerra, sarebbe stato, durante il ventennio, un informatore della polizia politica. L’ipotesi, a cui faceva riferimento, ma con evidenti intenti giustificatori, anche Ernesto Sestan, allievo insieme a Romano della Scuola di Storia moderna e contemporanea diretta da Gioacchino Volpe, diviene, nelle pagine di Canali, notizia certa e perfettamente verificata. E quello che, fino ad oggi poteva apparire il semplice traviamento di un giovane studente, incastrato in un meccanismo più grande di lui, rivela una realtà insieme più meschina e più tragica. Romano non fu infatti un semplice confidente saltuario, ma un vero e proprio «fiduciario diretto», della Divisione di Polizia Politica, a cui faceva capo anche la famigerata Ovra specializzata nell’«opera di vigilanza e repressione antifascista».
Dal giugno 1933 al novembre 1934, Romano inviava informative importanti, tra le quali una lista completa delle personalità politiche e intellettuali che frequentavano la casa di Benedetto Croce per tessere le fila di una non violenta, eppure vitale, resistenza al regime. In quegli stessi anni, altri dettagliati rapporti incrudelivano soprattutto contro Nello Rosselli, fratello di Carlo, fondatore, a Parigi, del movimento di Giustizia e Libertà. Con una tattica subdola e tendenziosa di illazioni e di ingigantimento di fatti reali, Nello Rosselli veniva presentato come un pericoloso antifascista e non come, come in realtà finì per divenire, un semplice intellettuale «afascista» poco interessato ad una militanza politica attiva. Tale deliberata opera di falsificazione non fu estranea forse all’uccisione di Nello, avvenuta in Normandia nel 1937, per mano di elementi dell’estrema destra francese, su mandato dei massimi vertici del fascismo, come suggeriva una pista ancora oggi in attesa di una più puntuale verifica.
Ma cosa spinse Romano ad abbracciare a rivolgere la sua attenzione contro compagni di studio, come Rosselli, o intellettuali affermati, da cui era stato benevolmente accolto, come Adolfo Omodeo? Alcuni documenti da me consultati nell’Archivio Centrale dello Stato permettono di fornire una risposta. Per il suo ingresso fra gli informatori fu determinante l’inchiesta della questura di Napoli che nel 1929 aveva portato alla luce le sue tiepide ma mai sopite nostalgie socialiste, una corrispondenza clandestina con Arturo Labriola, la sospetta frequentazione del circolo Croce, ma soprattutto la diffusione di un «foglio poligrafico antifascista dal titolo Più avanti!» Processato per questi addebiti, Romano, veniva condannato al confino.
Restituito alla libertà, il ventenne universitario napoletano fornì però segni di «deciso ravvedimento, orientandosi verso le direttive del Regime, tanto da aver ottenuto l’iscrizione al Pnf». In base a questi fatti, la Questura di Roma esprimeva, con una nota del settembre 1935, il parere favorevole a «che il Romano sia radiato dal novero dei sovversivi». Ancora prima di questa decisione amministrativa, Romano aveva potuto godere di un trattamento decisamente favorevole che riguardava la sua attività di studioso. Nel 1934, l’assegnazione di una borsa di studio presso la prestigiosa Scuola storica di Roma. Nel 1935, il posto di bibliotecario al Museo del Risorgimento della capitale. L’anno successivo, l’incarico di provvedere al riordino del Museo di S. Martino di Napoli, concessogli dall’allora ministro dell'Educazione Nazionale, De Vecchi di Val Cismon, che non aveva mancato di elogiarne «l’attività scientifica, e il sincero di lui attaccamento al Regime, presso il Capo del governo». Nel 1937, infine, la speranza più che fondata di poter concorrere con successo alla cattedra di Storia del Risorgimento, presso l’Università di Pisa. Pare sia stato questo il prezzo per la sua attività di informatore ottenuto attraverso la stipula di un «compromesso» con le autorità di polizia, che venne accettato anche da molti altri «sovversivi» provenienti dalle file dell’antifascismo socialista, comunista, giellista.
Nell’estate del 1937, la situazione mutava. Su segnalazione della questura di Napoli, apparentemente all’oscuro della sua attività di «fiduciario», a Romano veniva ritirata la tessera del partito, nonostante le pressioni di Gioacchino Volpe presso Mussolini. In quello stesso anno, Romano cercava un contatto con l’opposizione e otteneva un abboccamento con Giorgio Amendola, mettendolo al corrente della sua attività spionistica, ma aggiungendo che questa si era limitata ad alcune informative di poco conto, a causa delle quali «nessuno aveva dovuto soffrire». Romano veniva però riammesso nelle file del Pnf, grazie all’autorevole intervento del capo della polizia, Arturo Bocchini, che postillava una richiesta di chiarimenti sulla posizione politica del confidente con un laconico ma molto significativo: «Si spieghi come stanno le cose». L’equivoco era così chiarito. E, nel 1939, veniva affidata a Romano la stesura di una Storia antologica del movimento fascista, da pubblicarsi in una casa editrice vicinissima alle posizioni del regime.
Il suo risveglio antifascista avrebbe dovuto attendere il settembre del 1943, quando, secondo una testimonianza di Sestan, «Aldo Romano si batté bene nelle giornate napoletane contro i tedeschi». A Napoli liberata, Romano entrava a far parte dei gruppi che si andavano organizzando intorno a Togliatti, con il proposito di instaurare una nuova egemonia intellettuale. Primo obiettivo di questa operazione doveva essere la liquidazione dei vecchi maestri della cultura italiana. E se per far fuori Gentile bastò il fuoco dei nuclei gappisti di Firenze, più difficile si presentava la resa dei conti con l’antifascista Benedetto Croce, che, pure, Togliatti attaccava sfrontatamente, nell’editoriale di Rinascita del giugno 1944, accusandolo di essere stato «complice del fascismo», per la sua irriducibile propaganda anticomunista «svoltasi all’ombra del littorio».
A questa imputazione seguiva una sdegnata reazione di Croce e quasi una crisi di gabinetto del governo di Salerno (di cui il filosofo e il capo del Pci erano entrambi componenti), evitata di misura da una parziale smentita del «compagno Ercoli». A poche settimane dall’accaduto, Croce riusciva ad ottenere «l’informazione precisa e sicura che colui che scrisse o suggerì al Togliatti le calunnie contro di me per il mio immaginario atteggiamento contro i comunisti durante il periodo del fascismo, è stato il giovinastro Aldo Romano».
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