L’ultima camera di Pavese a 60 euro a notte

Ma alla fine Napoleone lo rinchiuse tra i dementi e buttò via la chiave

Le persone che mettono piede nella stanza numero 346 dell'hotel Roma a Torino si dividono in due categorie: chi sa e chi non sa. Quelli ascrivibili alla prima categoria nella stanza ci dormono. Gli altri no. Ma sapere che cosa?
Che il 27 agosto del 1950, pochi giorni prima del suo quarantaduesimo compleanno e pochi dopo avere vinto il premio Strega con La bella estate, Cesare Pavese si è seduto al piccolo tavolo dal ripiano color lilla, ha scritto il celebre invito «Non fate troppi pettegolezzi», e si è sparato. Un botto rumoroso per scendere «muti nel gorgo».
L'hotel è gestito dal 1854 dalla stessa famiglia. Si trova in piazza Carlo Felice, all'inizio della via da cui prende il nome, via Roma appunto, di fronte alla stazione di Porta Nuova, posizione comodissima. È un tre stelle, ha prezzi contenuti. Una singola costa sui 60 euro, una doppia 80, una tripla 120. Per queste ragioni non è sempre facile trovare posto e anche la stanza 346, che pure ha un valore museale, può essere occupata. A me è capitato di trovarmi al Roma per caso. Qui dormono i giornalisti e altri ospiti del premio Grinzane-Cavour.
La coincidenza potrebbe sembrare un sottile sfregio allo Strega («Avete visto cosa succede a vincerlo! Il nostro, invece, è un viatico al Nobel!»). O una sarcastica crepa nella struttura celebrativa.
Una crepa che sbreccia la retorica della letteratura come salvezza. E mostra un rovescio inguardabile. Ma anche quello dello scrittore infelice non è forse un luogo comune? Magari più vero, ma non per questo meno retorico. Certo potente. Talmente potente che c'è un turismo verso la stanza numero 346, la stanza del luogo comune. Anch'io non posso fare a meno di contribuirvi, di contribuire a questo macabro pelligrinaggio letterario. Non posso neanche fare a meno di provare imbarazzo quando chiedo alla reception se è possibile visitare la stanza. Rispondono di sì. Ma solo nel pomeriggio. Perché è occupata fino a mezzogiorno e dopo deve essere riassettata.
Purtroppo non ho tempo e aggiro il programma. Vado al terzo piano e chiedo alla cameriera. Mi dice di tornare a mezzogiorno e mezza, appena l'ignaro ospite se ne sarà andato. Dico «ignaro» perché altrimenti non avrebbe ronfato qui, non tanto a lungo. «Certo... non sarà possibile vederla in ordine», si scusa. Ma non è meglio così? E puntuale, a mezzogiorno e mezza, sono di nuovo al terzo piano. In fondo al corridoio c'è la 346.

La cameriera entra. Si scusa della puzza. Quasi corre ad aprire la finestra. La luce entra, esce l'aria viziata ma subentra quella del «vizio assurdo». C'è un letto singolo. Simbolo fin eccessivo della solitudine del Pavese che veniva lasciato dall'aspirante attrice Clarence Dowling e intanto le dedicava «Verrà la morte, avrà i tuoi occhi». «Niente è stato cambiato» dice la cameriera. E poco pure nelle altre stanze, penso. «Alcuni anni fa c'è stata una ristrutturazione, ora ce ne sarà un'altra, ma la 346 non verrà toccata».
Non lo scendiletto persiano. Non il grosso telefono nero della Siemens appeso al muro accanto al letto. «Funziona ancora sa?». Non ci credo! Lo alzo, compongo lo zero e sento il segnale, l'effetto speciale. «A quel tavolo si è sparato». «Quel tavolo» è un piccolo scrittoio dello stesso stile razionale del letto: legno chiaro, ripiano lilla. Uguale la sedia. E l'appendiabiti.

«Vengono persino dall'estero, a visitare la stanza - dice la cameriera - fotografano... Hanno girato anche un documentario». Ma non c'è una targa. E forse è una forma perfetta di compromesso tra memoria e continuità, tra museizzazione e normalità... Ma se Pavese avesse previsto, oltre ai pettegolezzi, la souvenirizzazione del suicidio, probabilmente si sarebbe sparato in aperta campagna.