L’ultimo centro dell’ultimo cecchino

Abbiamo incontrato il Nemico. E il Nemico siamo Noi.
George Washington

Movimento.
- Coordinata e distanza.
- Ore undici. Duecento... - Kogon tenne il fucile di precisione puntato verso il Nemico. - Duecentoquindici metri.
Kogon aveva diciannove anni. In prima linea da quattro anni, sette mesi, ventidue giorni. Specializzazione: sniper, tiratore scelto. Trentuno abbattimenti confermati, altri quattordici probabili. Kogon non riusciva a ricordare nient’altro. Forse, non c’è mai stato nient’altro.
- Acquisizione bersaglio?
Greenwald, Tenente Greenwald. Voce incrinata dalla statica nell’intercom ad alta frequenza. Kogon & Greenwald, squadra di penetrazione profonda.
Kogon tenne l’occhio incollato al mirino telescopico a scansione laser. - Negativo.
Il vento gelido continuava a sibilare tra i relitti. Nessun movimento. Niente. Il ponte era un labirinto devastato. Carcasse di mezzi corazzati, asfalto disseminato di rottami, rivoltato dai crateri dalle esplosioni. Stracci dal colore indefinibile, residui di mimetiche da combattimento annientate, volteggiavano nell’aria satura di cenere in sospensione. Parevano pipistrelli deformi.
In realtà, Kogon non aveva mai visto un vero pipistrello. Estinti.
Logica della demolizione.
Svaniti come le tigri siberiane, i vini della Loira, le foreste sub-tropicali e i musei di arte figurativa.
Logica della Guerra.
La memoria dell’inizio è svanita.
Spazio e tempo come un magma evanescente, inscrutabile. A un certo punto, qualcuno ha attaccato qualcun altro. Armi portatili. Massacro dopo massacro.
Armi pesanti. Genocidio dopo genocidio. Armi nucleari.
Guerra. Guerra senza fine.
Tutta la strada fino ad Armageddon.
E se non è il Nemico a ucciderti, ci pensano il vento, l’acqua, il cielo. Un mondo degenerato, quello della Guerra. Malattie da radiazioni, tubercolosi mutante. Un mondo venefico. Epatite emorragica, peste leucemica.
Dalla Guerra, non esiste nessun posto in cui scappare.
Non è mai esistito.
Dobbiamo avanzare, Kogon - ancora Greenwald. - Abbiamo una missione da compiere.
- Negativo, Greenwald... Negativo! - Kogon si passò la mano sugli occhiali protettivi -. Io so che lui è là fuori.
Là fuori, certo. Carcasse, lichene, consunzione.
- Conosci gli ordini, soldato: procedere oltre questo ponte - Greenwald ringhiava nell’intercom. - Trovare la Zona Neutra.
- Non c’è niente oltre questo ponte. Niente! - Kogon rimosse le tracce di pioggia infetta. - Solo altre carcasse, solo altri crateri.
- La missione va avanti! - Passi pesanti nel martellare della pioggia. - Io vado avanti!
Il Tenente Greenwald, mimetica nera, elmetto, fucile d’assalto, corse oltre il tank distrutto.
- Greenwald! - Kogon udì la propria voce venire fuori simile a un rantolo. - Non farlo!
Lampo.
Non scese dal cielo. Sorse dal ponte: una frastagliata folgore da qualche parte dietro i relitti.
Il proiettile dello sniper Nemico centrò il tenente Greenwald al baricentro corporeo. L’urto del piombo piegò in avanti il suo corpo come uno stelo di grano reciso da una falce. Scintillante sangue arterioso eruttò a mescolarsi con la pioggia opaca. Parve uno strano epitaffio.
Kogon fece fuoco, collimazione al lampo del fucile del Nemico.
Nel labirinto di relitti, qualcosa ebbe un sussulto.
Kogon si riposizionò. Fece fuoco. Secondo proiettile a intercettare l’ipotetica curva di caduta del Nemico.
Sul ponte ci fu solamente il vento.
Hanno dimenticato qual è stato l’inizio.
Ma non hanno dimenticato che può, che deve, esistere una fine. Il tempo degli eserciti sta per concludersi. Tra non molto, la logica della Guerra avrà vinto. Nessuno rimasto a combattere. Nessuno rimasto nemmeno da nessun’altra parte.
Un sogno ha preso forma. Un sogno, un miraggio e una speranza. L’ultima speranza. Un luogo dove loro e il Nemico hanno imparato a coesistere. O forse imparato nuovamente a coesistere.
Il luogo dove la Guerra ha avuto fine.
La Zona Neutra.
Il vento era aumentato. Correnti piene d’umidità velenosa, intrise dell’odore dei metalli corrosi, della terra martoriata.
Contatto col Nemico.
Kogon scivolò tra le ombre. Fucile di precisione di traverso sulla schiena, pistola in presa bassa a due mani.
Contatto terminale col Nemico.
Kogon continuò a muoversi nella pioggia acida. Altre svolte nel labirinto devastato, altri crateri, altro lichene.
Il Nemico non fece niente per fermarla.
Giaceva in un cratere slabbrato. Due precisi fori d’entrata, parte destra del torace, base della gola. Il sangue si era mescolato all’acqua putrescente.
Kogon scrutò oltre il ponte. Nessuna luce nelle pianura battuta dalla tempesta. Nessun chiarore sulla cordigliera che sbarrava l’orizzonte nord.
La Zona Neutra?
Molto più lontano. Molto più in profondità.
Forse. O forse no.
Kogon mise un ginocchio accanto al cadavere. Allungò una mano, sollevò il visore notturno. Espose il volto del Nemico.
Un ragazzo.
Diciassette anni a stento. Portava la dentiera. Aveva zampe di gallina alle sue tempie. Un bambino. Diventato vecchio dopo aver saltato tutte le terre di mezzo.
Kogon si erse nel diluvio, rinfoderò la pistola. Si passò le dita della mano sinistra sugli zigomi, alla ricerca di rughe sul proprio volto. Attraverso il cuoio del guanto, non poté sentirle. Ma sapeva che erano là. Era anche lei una vecchia. Metamorfosi avvenuta su campi di battaglia senza nome, combattendo una guerra sconosciuta, nel nome di un credo dimenticato.
La Zona Neutra? Meno di un miraggio.
Solo il Nemico è reale.
Il Nemico più primievo, più ancestrale.
Alla fine, tutta la fragile struttura, tutto l’instabile equilibrio dei millenni, si sono disgregati.
Uomo. Contro donna.
Donna. Contro uomo.
La prima e l’ultima di tutte le Guerre.
Kogon alzò lo sguardo al cielo colore dell’antracite. Chiuse gli occhi. Pioggia velenosa scivolò lungo il suo volto. Fino a essere inghiottita dal ventre delle tenebre.