L’ultimo sogno di Clinton: la poltrona di Annan

Troppo giovane e affamato di gloria per la pensione: solo quest’anno ha visitato 30 capi di Stato in carica

Roberto Fabbri

In pensione ci andrete voi. Io, Bill Clinton, 59 anni e tre freschi bypass nel petto, per otto anni presidente degli Stati Uniti, ho ben altre ambizioni: voglio fare il presidente del mondo. Intendiamoci, Clinton non è impazzito. Non ha la sindrome di Napoleone né vuole trasformarsi in un dittatore. Più realisticamente, mira a prendere il posto che oggi occupa Kofi Annan, il segretario generale dell’Onu.
Un obiettivo ambizioso e difficile da conseguire. Non perché Clinton non disponga delle necessarie qualità, ma soprattutto a causa del passaporto che ha in tasca. Pare infatti improbabile che le Nazioni Unite, espressione politica di tutti i Paesi del mondo e presso le quali il voto di ogni singola repubblichetta africana o sudamericana (e sono tante) pesa come quello dei colossi dell’economia occidentale, accettino di votare un americano come loro presidente. Il «presidente del mondo», appunto, avrebbe così la stessa nazionalità della figura più comunemente associata al concetto di «padrone del mondo», il presidente degli Stati Uniti.
Bill Clinton potrebbe comunque farcela. E questo sia perché l’uomo è molto popolare anche al di fuori del suo Paese, sia per la colorazione politica del suo progetto. Con Clinton a Palazzo di Vetro, alla vituperata «America di Bush» - quella che ha perso posizioni in molte parti del mondo (ma ne ha guadagnate in altre: basti pensare ai Paesi delle tante «rivoluzioni arancioni») a causa della sua immagine arrogante - verrebbe a contrapporsi l’altra faccia della stessa superpotenza, quella attenta alla costruzione di rapporti positivi più che a combattere i propri nemici.
«Non possiamo relazionarci col resto del mondo solo in negativo, solo dicendo agli altri quel che devono fare - ha detto recentemente Clinton -. Viviamo in un mondo in cui non è possibile uccidere, imprigionare od occupare i territori di tutti i tuoi nemici: e dunque la sicurezza sarà sempre insufficiente. Bisogna invece costruire un mondo dove ci siano più amici e meno nemici, dove ci siano dei partner». Questa visione positiva e «buonista» troverà la sua apoteosi nel prossimo settembre, quando un bel numero di leader mondiali, politici americani, uomini d’affari e celebrità varie convergeranno su New York per partecipare alla Clinton Global Initiative. Una tre giorni in stile Davos dedicata ai più classici temi della «buona politica»: la lotta alla povertà e ai conflitti interreligiosi, il degrado dell’ambiente. E alla quale hanno annunciato la loro partecipazione, tra gli altri, Tony Blair, Kofi Annan, il re di Giordania Abdallah e perfino Rupert Murdoch, il magnate dell’informazione che con Clinton non è mai stato tenero.
Non è irrispettoso notare che il principale obiettivo di questa benemerita operazione è l’autopromozione del vecchio marpione Bill. Il quale è stato spesso paragonato a Jimmy Carter, l’altro ex presidente degli Stati Uniti che ha continuato a svolgere un ruolo attivo sulla scena politica mondiale anche dopo la fine del suo mandato nel 1980. Ma Clinton non è tipo da accontentarsi di lavorare lontano dai riflettori dei media come fa il timido ex pastore battista, che pure si è meritato un Nobel per la Pace. Né di fare, come pure sta facendo, l’inviato di George W. Bush tra le vittime dello tsunami nell’Oceano Indiano. Ben consapevole che nel 2000, se la legge gli avesse consentito di ricandidarsi, avrebbe strabattuto l’attuale presidente, ha continuato a considerarsi una risorsa potenziale per il suo Paese. Non è un caso se, solo nei primi cinque mesi di quest’anno, ha visitato ventidue Stati e incontrato più di trenta capi di Stato. In carica, non in pensione.
In altre parole, l’ambizione e il desiderio di gloria che gli avevano consentito, pur venendo da uno degli Stati più marginali d’America, di diventare presidente a 46 anni non sono ancora venuti meno. Clinton vuole dunque succedere ad Annan per lasciare, una volta di più, il suo segno nella Storia. E magari anche per tentare di cancellare qualche brutto ricordo legato alla sua quasi decennale permanenza alla Casa Bianca: la mancata azione contro Osama bin Laden, lo scandalo Lewinsky. Come ha scritto ieri la Washington Post in un lungo articolo a lui dedicato, troverà forse più sostegno all’estero (soprattutto in Europa, dove il suo approccio soft è molto apprezzato) che in America. E forse dovrà guardarsi da un altro rischio: se lui dovesse diventare «presidente del mondo» e sua moglie, come si dice, quella degli Stati Uniti sarebbe veramente troppo.