L’Unione fa ostruzionismo per evitare le elezioni

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. E chi non crede alla sapienza popolare dovrà ricredersi dopo lo scambio di battute tra il presidente della Camera Fausto Bertinotti e l’inquilino pro tempore di Palazzo Chigi Romano Prodi. L’uno ha consigliato all’altro di portarsi in vacanza Il Capitale di Karl Marx. Forse per rovinargliele. E l’altro, sbarcato a Castiglione della Pescaia, ha ribattuto di aver messo in valigia l’opera più famosa di Keynes. Di male in peggio, è il caso di dire. Non si può sorvolare sul fatto che l’economista inglese fu il fautore del deficit spending e che spesso e volentieri i governi si sono riparati sotto le sue ali per fare buchi di bilancio a più non posso.
Anche Umberto Bossi se ne sta in vacanza, ma non si stanca di masticare pane e politica. Nei giorni scorsi, in quel di Camogli, non ha fatto eccezione. Del leader carismatico della Lega si potrà dire tutto, tranne che non abbia un fiuto degno di un cane da tartufi: se ai primi degli anni Novanta qualche sprovveduto avesse invocato il federalismo, sarebbe stato preso in consegna da due signori in camice bianco e portato in una clinica per malattie mentali. Ma con l’andare del tempo il federalismo è diventato una bandiera innalzata un po’ da tutti quanti i partiti. Magari è stato invocato a capocchia, quasi un duplicato del Sarchiapone di Walter Chiari. Ma non si è potuto fare a meno di rendergli omaggio. Tutti sono andati appresso al pifferaio magico della Lega. Adesso Bossi sostiene che «la prima cosa da fare è riscrivere il programma elettorale del centrodestra». Per il semplice motivo, spiega, che «dobbiamo essere pronti, il governo finirà. C’è troppo malcontento nelle persone». A suo avviso, dunque, Prodi toglierà il disturbo. Addirittura prima di quanto si possa immaginare.
E se le cose andassero così, non sarebbe la prima volta che Bossi vede giusto. Se ne stanno convincendo gli alti papaveri dell’Unione. In passato già Prodi e D’Alema avevano ammonito la propria malferma coalizione che se il governo fosse caduto si sarebbe andati alle elezioni. E ora la stessa cosa la ribadisce il ministro Paolo Ferrero. Si agita ad arte lo spettro di un Berlusconi alle porte con la speranza di tirare a campare ancora un po’. Nel frattempo il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, il margheritino Enzo Bianco, sfoglia - manco a dirlo - la margherita. Come relatore della riforma elettorale, si è preso tutto il tempo che ha voluto. E con quale risultato? Un bel nulla di fatto.
Per settembre, è vero, ha promesso un testo base. Fatto sta che la maggioranza di centrosinistra fa ostruzionismo pur di non bere presto l’amaro calice delle elezioni anticipate. Non ha forse dichiarato Napolitano che occorre una nuova legge elettorale prima delle elezioni? Ma Bossi ha scoperto gli altarini. Perché, secondo lui, bastano pochissime modifiche alla legge elettorale vigente e poi per Prodi sarà finita. D’altra parte, l’ostruzionismo di maggioranza non potrà durare all’infinito. Difatti nella prossima primavera o ci pronunceremo per i referendum elettorali o, per rinviarli di uno o due anni, andremo alle urne per rinnovare le Camere e dare un nuovo governo alla nazione. Tertium non datur.
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