L’Unione ostaggio del solito livore anti-americano

Pietro Mancini

Piero Fassino e Massimo D’Alema si contenderanno, qualora vincesse Prodi, la poltronissima di ministro degli Esteri. Ma intanto non riescono a sbarazzarsi della sempre più imbarazzante compagnia del partitino filocastrista di Diliberto. Che, senza fare la pur minima autocritica per le sue amicizie non solo con il dittatore cubano, ma anche con i capi della sanguinaria organizzazione terroristica libanese Hezbollah, non è stato sconfessato né da Prodi, né dai capi ds per il suo aberrante giudizio su Bush e Berlusconi («le loro mani grondano sangue!»). Ma quel che maggiormente sconcerta, nelle astiose reazioni del centrosinistra al successo della visita in America del premier, è la dimostrazione del più pacchiano italo-provincialismo da parte dei capi e luogotenenti ulivisti. Ai quali certo nessuno chiedeva di riconoscere, cavallerescamente, l’efficacia e il notevole impatto politico ed emotivo riscosso dal discorso del Cavaliere al Congresso di Washington. Ma era, tuttavia, non eccessiva la speranza che i leader del centrosinistra, almeno quelli che rivendicano l’ispirazione riformista dei loro partiti, inquadrassero in una logica patriottica e bipartisan la missione di Berlusconi. E invece nessuno dei vari Prodi, D’Alema e Rutelli ha saputo ispirarsi al famoso detto Right or wrong, it is my country!. Principio che dovrebbe portare tutti a compiacersi, qualora il rappresentante ufficiale dell’esecutivo italiano riesce a fare un’ottima figura nel consesso dei rappresentanti del popolo della maggiore potenza mondiale. Solo Il Riformista ha ammesso che la entusiastica accoglienza «ha segnato un omaggio non solo a chi attualmente governa l’Italia, ma a un Paese che ha rapporti profondi e fraterni con gli Usa».
E come non definire avvilenti e sgangherate le polemiche degli esponenti dell’Unione sulla par condicio elettorale, che le reti Mediaset avrebbero violato trasmettendo la diretta del discorso del presidente del Consiglio al Congresso americano? Prodi, invece di farsi sopraffare dall’invidia per i consensi manifestati dalla classe dirigente di oltre Atlantico nei confronti della politica estera del governo, avrebbe dimostrato classe e fair play qualora avesse separato le beghe di cortile dalla credibilità internazionale del nostro Paese, accresciuta dalla positiva missione del premier. E D’Alema ha distillato le sue solite acide sentenze, non riuscendo a mascherare l’imbarazzo per i convinti applausi all’esternazione del capo del governo della senatrice Hillary Clinton. Sì, proprio la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti, con il quale all’epoca della sua permanenza a Palazzo Chigi l’attuale presidente dei Ds lanciò l’Ulivo mondiale, poi mestamente appassito.
Insomma, sul nodo cruciale della politica estera, tra i democratici americani e i comunisti di casa nostra, la Quercia opta per gli astiosi seguaci di Diliberto, che le mani se le spellano, ma soltanto per applaudire lo spietato e sanguinario Fidel Castro. Forse, analizzando le recenti sortite antiamericane, non solo dei cossuttiani e di Pecoraro ma degli stessi D’Alema e Fassino, si comprende bene che ancora i Ds mantengano molte delle vecchie posizioni antiamericane, che furono le stesse del vecchio Pci di Togliatti, Pajetta e Longo. I quali gli ordini andavano a prenderli dai «compagni» del Cremlino. Ed appare molto sincera e corrispondente alla realtà attuale del Botteghino l’osservazione fatta dall’ex senatore emiliano dei Ds ed ex presidente della Lega delle cooperative, Lanfranco Turci, attuale candidato della Rosa nel Pugno: «Nei Ds, nella prassi di comando e nella politica, permangono le logiche di fedeltà e di cooptazione in segno di continuità con la tradizione comunista». E Turci non è un peone qualsiasi, ma il rappresentante del sistema di potere, politico e finanziario, abilmente costruito a partire dal 1945 dal Pci, poi Pds e oggi Ds nelle regioni rosse.