L’uomo che inventò la Pop Art

La sua opera più famosa è un letto: «Un vero letto, sfatto e sudicio, imbrattato di colori che accrescono la disgustosa evidenza della cosa», come ebbe a scrivere Argan, che non lo amava molto.
Si trattava, effettivamente, di un materasso con un lenzuolo e una coperta a quadri malamente rimboccata, che Rauschenberg aveva cosparso di colori, lasciandoli grondare sul tessuto. Quel letto, che l’artista aveva intitolato semplicemente Bed (1955), certo non era piacevole da vedere, ma aveva segnato un momento nevralgico nell’arte americana contemporanea: il passaggio dall’Action painting alla Pop Art. Aveva segnato cioè, per dirla senza le formule professorali dei critici, il passaggio da una pittura soggettiva e disperatamente lirica, composta solo di segni e di colore (come era quella di Pollock e dei protagonisti della Scuola di New York) a una pittura che ritrovava la brutalità delle cose banali, quotidiane, sia pure sporcandole di pigmenti e vernici.
Inserire degli oggetti in un’opera d’arte non era di per sé una novità. L’avevano già pensato i dadaisti, e infatti l’opera di Rauschenberg venne inizialmente definita «New Dada», nuovo dadaismo. Ma in realtà quello che l’artista americano stava facendo era qualcosa di diverso. Stava preannunciando la Pop Art: un’arte ispirata ai cosiddetti mezzi di comunicazione di massa, come i cartelloni pubblicitari, il cinema, la televisione; un’arte, soprattutto, capace di esprimere l’aggressività e la trivialità della società contemporanea.
Negli stessi anni, del resto, si stava diffondendo la musica di John Cage: una musica che inglobava in sé i rumori dell’ambiente circostante, così come Rauschenberg e compagni inglobavano nelle loro opere i materiali più vari.
Della Pop Art, Rauschenberg è sempre stato considerato il padre, insieme con Jasper Johns. Lui però aveva sempre rifiutato un titolo così ingombrante, e in fondo aveva ragione perché la sua opera è rimasta legata all’atto del dipingere, al valore espressivo e per così dire astratto del colore, insomma alla pittura. Una pittura, si intende, che però intrideva gli oggetti e si intrideva di oggetti come in uno strano, visionario bazar.
«Combine»: così Rauschenberg chiamava i suoi assemblaggi in cui confluiva di tutto, e in cui tutto, ma proprio tutto, finiva per diventare quadro. Prendiamo per esempio Monogram, realizzato tra il 1955 e il 1959 e ora conservato al Moderna Museet di Stoccolma. Si tratta di una piattaforma in legno montata su quattro rotelle, su cui si ammassano carta stampata, metalli, tessuti, legni, il tacco di una scarpa di gomma e una palla da tennis di tela, il tutto sovrastato da una capra impagliata sulla quale è infilato un pneumatico. È solo un esempio, tra i tanti possibili, di come Rauschenberg invitava la vita a penetrare nelle sue opere. «Le cose più banali e insignificanti della vita, e anche le cose tragiche, come la guerra: tutto dovrebbe entrare a far parte dell’opera», diceva.
Lampadine blu per piste di atterraggi, secchi di metallo, pali di bambù, scarpe da tennis, catene, specchi, sedie, grucce, pistole giocattolo, bussole, apparecchi radio, tubi di plastica, uccelli impagliati, cavatappi, fiaschi: tutte queste cose, e altre ancora, sono finite nel crogiolo dei suoi lavori, pur rimanendo, paradossalmente, pittura. Un po’ come nelle scatole magiche del surrealismo: solo che in Rauschenberg di magico non c’era più niente. C’era, semmai, la grevità della vita, in tutta la sua volgarità, ma anche in tutta la sua energia.
Rauschenberg era nato a Port Arthur, una cittadina texana nel golfo del Messico, nel 1925, da una famiglia in cui si mescolavano ascendenze olandesi, tedesche, svedesi e pellerossa della tribù dei Cherokee. Dopo essersi inizialmente iscritto, per obbedire al desiderio dei genitori, alla facoltà di farmacia, e dopo studi ben più proficui di scenografia e fotografia, si dedica alla pittura. Muove dall’Action painting, ma presto la supera per approdare a una ricerca carica di una insopprimibile potenza barbarica, che lo fa conoscere sul piano internazionale. «Cerco di incuriosire lo spettatore con tutte le mie forze. Spero sempre che chiunque guarda un mio lavoro non abbia mai visto niente di simile», aveva dichiarato. E anche: «Credo di riuscire a fare i miei quadri proprio perché non li capisco. Se quello che faccio diventa troppo familiare, allora smetto».