L’uranio del Niger per l’atomica islamica

Il controverso «padre» del nucleare pakistano era a Niamey negli stessi giorni in cui erano presenti gli emissari di Saddam

nostro inviato

a Washington
Il network nucleare dello scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan è un puzzle indefinito di società ombra, teste di legno, cervelli universitari, religiosi, affaristi, militari e spie di un governo che continua a giurare di non sapere, e di non aver mai saputo, dei traffici di centrifughe e di know-how per la costruzione della Bomba Islamica. Nonostante l'arresto del dispensatore di favori atomici, l'organizzazione vanta ancora sponde insospettabili in ogni parte del globo, ma è nell'Africa intaccata dal fondamentalismo islamico che la situazione sembra sfuggire di mano agli 007 a caccia di «entità» capaci di fornire materia prime, componenti missilistiche e tecnologie per la costruzione di ordigni di distruzione di massa.
Una recente traccia d'intelligence porta ancora là, in Niger, dove Khan era un ospite gradito al governo e dove ancora continuano a fare business quei suoi stessi intermediari che nel 1999 fecero fessi i servizi segreti francesi deputati a vigilare - attraverso la multinazionale Cogema - sulle miniere d'uranio da cui anni prima erano riusciti a esportare illegalmente in Libia ben 1.200 tonnellate di yellow cake (l’ossido giallo di uranio da cui si ricava il gas - esafluoruro di uranio - che viene immesso nelle centrifughe per essere arricchito). Proprio il diabolico Khan comprò da Gheddafi - secondo dati ufficiali dell'Agenzia atomica internazionale - parte delle 450 tonnellate d'uranio giallo accaparrate dalla Libia in cambio di armi e petrodollari per finanziare il programma nucleare di Islamabad. Khan si dava da fare per il Pakistan e per chiunque altro fosse in cerca di pezzi pregiati per una bomba atomica.
I faccendieri nigerini e l'«architetto» della Bomba Islamica tornano curiosamente nelle note dei servizi segreti che in tempi non sospetti segnalarono, fra l'altro, i tentativi degli emissari di Saddam di trattare l'acquisto di uranio direttamente a Niamey nello stesso periodo in cui, nella capitale del Niger, teneva banco ancora lui: il Grande Vecchio dell'ordigno nucleare fai-da-te, Khan. Come si è visto nel Niger-gate, il rapporto finale della commissione del parlamento inglese del luglio 2004 colloca il passaggio in Niger di ufficiali iracheni nel 1999 e parla di trafficanti di uranio che tra il 1999 e il 2001 progettano di vendere uranio a Iran, Libia, Cina, Nord Corea e Irak. Sono informazioni che in parte tornano nella relazione dell'ambasciatore americano Joseph Wilson. Le stesse, identiche, che per altro verso posizionano Khan in quei giorni in Niger e mettono a fuoco ogni mossa «africana» della sua corte scientifica sistema nella hall del Grand Hotel du Niger dove quotidianamente dà appuntamento a emissari locali e clienti d'ogni Paese scambiando saluti, contanti, documenti criptati.
Informative coperte dal segreto riferiscono nei dettagli una serie di viaggi in Niger di Khan insieme al suo Consiglio scientifico e alla Direzione del centro nucleare pakistano di Khauta, viaggi effettuati sempre a febbraio. Nel 1998, e soprattutto nel 1999 a Niamey con incontri definiti «sospetti» dagli esperti dell'Antiproliferazione nucleare. Qui il «dottore» faceva base per le spese atomiche e per le sue puntate da commesso viaggiatore a Karthum (Sudan), in Nigeria, negli Emirati a Dubai, a Casablanca (ricevuto dall'ambasciatore Kakar) quindi a Bamako o Timbuctu nel Mali (febbraio 98, all'Hotel Hendrina Khan) oppure in Ciad direttamente a N'djamena, dove sempre a febbraio di quell'anno visitò provocatoriamente il centro di Shifa appena bombardato dagli americani. E poi, a febbraio, fa un blitz in Mauritania e ha contatti con funzionari della Repubblica del Congo e della Somalia, Paesi segnalati dalla Cia alla Casa Bianca prima della dichiarazione di George W. Bush sull'intervento in Irak allorché il presidente Usa menzionò l'Africa (e non il Niger come si continua a dire) quale luogo dove Saddam cercava disperatamente uranio. Se a Roma il free lance dello spionaggio, Rocco Martino, mette le mani sui documenti che evidenziano trattative tra il governo nigerino e l'Irak per la fornitura di uranio, in quei giorni e fino al 2000 inoltrato tutti i più torbidi personaggi del globo frequentano con Khan il gran bazar nigerino. Tutte le agenzie di intelligence incappano nel padre della Bomba Islamica a caccia di finanziamenti e proseliti per raccordare le esigenze di tutti quei Paesi intenzionati a controbilanciare la deterrenza nucleare di Israele. Fra un viaggio e l'altro, Khan si rifà vivo in Niger ancora a febbraio del 2000, il giorno 22, su invito dell'ambasciatore Brig Nisare. Arriva da Timbuctu, ha fatto tappa a Dubai intrattenendosi col suo braccio destro Bukari Saied Abu Tair. Il tempo di incontrare i suoi uomini, e il 24 riparte per lo Sri Lanka con destinazione finale, Nairobi, Kenya. In quindici giorni, di media, visita sempre dieci Paesi africani ma alla fine torna sempre in Niger anche perché - si scoprirà poi - i suoi laboratori in Pakistan vanno avanti con la polvere atomica delle miniere nigerine (approssimativamente il Pakistan ha prodotto 745 chili di uranio arricchito capaci di produrre una quarantina di bombe nucleari per missili con gittata fino a 2.000 km). Nel 1999 Khan è anche segnalato dagli 007 fra il Niger e la Nigeria a caccia di carburante per un reattore cinese.
Insomma, dal 1999 a oggi, la rete di Khan ha subito duri colpi ma, osservano gli analisti dell'intelligence, nei Paesi africani d'impronta fondamentalista continuerebbe a funzionare con altre modalità e minore ampiezza: il lavoro dei mediatori starebbe infatti trovando terreno fertile nel traffico di componenti a doppio uso, destinati all'apparenza per fini civili, in realtà destinati all'arricchimento dell'uranio per scopi militari.
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