Lévi-Strauss: l’uomo che scoprì il pensiero selvaggio

Scomparso l’autore di «Tristi tropici». Ha rivoluzionato l’antropologia
studiando le tribù indigene del Brasile. Osservatore impassibile,
negava la superiorità della nostra cultura

«Lo sguardo da lontano» è stata la sua forza, il suo metodo, la sua garanzia di scientificità, ma soprattutto la nota costante della nostalgia, presente in ogni sua ricerca sugli uomini, data dalla certezza di non trovarvi, di non potervi trovare «l’Uomo». Un esempio di questa rinuncia è straordinariamente evidente nella serie Mitologica. Nella Fanciulla folle di miele, nel Il crudo e il cotto, in Dal miele alle ceneri Lévi-Strauss non ha fatto altro che descrivere, spiegare il significato culturale della donna, il suo posto nella immaginazione maschile, quella immaginazione che non ha creato soltanto il sistema dei miti, ma anche il posto assegnato alle donne nelle culture attraverso il racconto mitico; però non se ne è accorto. O, forse, non voleva accorgersene, in omaggio appunto al doveroso sguardo da lontano dell’antropologo. Questa assoluta freddezza, questo analitico distacco, se gli ha permesso di costruire un sistema perfetto di comprensione formale dei «modelli» culturali, alla fine lo ha anche portato a non avere né continuatori, né veri allievi. Lévi-Strauss, infatti, non è imitabile. Lo strutturalismo, certo, ha fatto scuola, ma, privo della sua intelligenza, il metodo risulta quanto mai meccanico e incapace di vero sviluppo.

Eppure è stata una donna, Simone de Beauvoir, a osannare per prima il nuovo sistema di ricerca, citando nel famoso saggio Il secondo sesso la tesi di laurea di uno studente che, avendo già molto viaggiato nelle terre disagiate del Mato Grosso, aveva la fortuna di fare i suoi primi passi nel dibattito intellettuale del dopoguerra, nel salotto parigino dove si riunivano le migliori intelligenze di Francia, quello di Jean-Paul Sartre. Erano Le strutture elementari della parentela, un’opera fondamentale per un’antropologia ormai del tutto distaccata dalla vecchia etnologia, eppure molto lontana dall’altro pilastro che darà ineguagliabile profondità agli studi antropologici: la comprensione del Sacro. Non che Lévi-Strauss non lo conoscesse e non lo apprezzasse, tutt’altro.

Grande ammiratore di Durkheim e di Marcel Mauss, Lévi-Strauss si è sempre appoggiato alla teoria del «dono» e dello «scambio simbolico nel sacrificio» elaborata da Mauss, per dare contenuto alla ricostruzione, per esempio, delle Opposizioni; ma l’aspetto formale del modello gli appariva già esaustivo, e non riteneva fosse compito dell’antropologo tener conto delle ricadute sul comportamento reale.
Devo dire che, nella mia grandissima ammirazione per il suo genio, ho sofferto davvero molto di non poter essere aiutata da lui nella battaglia in cui ho impegnato tutta la vita (e nella quale naturalmente ho perso) per introdurre nell’atmosfera intellettuale e politica italiana, l’uso del modello antropologico. Gentilissimo nella conversazione e nella corrispondenza, non ha però voluto o potuto prendere concretamente posizione nello spiegare, non tanto alle donne, quanto agli uomini, le conseguenze dei significati oppositivi, come per esempio, quello da lui stesso messo in luce con assoluta chiarezza: «La donna deve essere chiusa in alto perché è aperta in basso». Il divieto della parola potente discende da lì, l’impossibilità della vita sociale in quasi tutti i paesi (compresa l’Europa fino a pochi anni fa) discende da lì. Ma non c’è stato nulla da fare.

Di fatto, la sua legge era il rispetto assoluto per le culture. Quando narra, in Tristi Tropici, del freddo che fa rabbrividire i corpi nudi riuniti attorno al fuoco, si capisce quanto sia duro da mantenere questo atteggiamento per chi sa che basterebbero poche coperte ad eliminare la sofferenza, ma Lévi-Strauss non cede, così come non cede (altro mio terribile argomento di scontro) di fronte alla clitoridectomia.

C’è però un aspetto meno rigido, anche nella sua obiettività di ricerca, quando è spinto dalla tenerezza verso i Nambikwara a fare un’affermazione un po’ sprovveduta (agli occhi di una donna) e che, tuttavia, gli si perdona volentieri. Dice, infatti, in La vita familiare e sociale degli indiani Nambikwara che i Nambikwara trattano bene e amano molto le loro donne, senza accorgersi, però, che nella benevola metafisica dei Nambikwara le donne sono prive dell’unico diritto davvero importante, quello della vita nell’aldilà: «Le anime delle donne e dei bambini, dopo la morte, si disperdono nel vento e nella pioggia».

Rimane il fatto che, come spesso succede al genio, Lévi-Strauss è più convincente quando si abbandona all’intuizione e all’intelligenza del grande scrittore che non quando si affida esclusivamente al metodo sistematico. Sicuramente è il grande scrittore che rimarrà nella storia, oltre ovviamente alla circoscrizione dei tabù messi in luce nelle strutture della parentela.

Ma di questi tabù pare che oggi nessuno voglia più sentir parlare, e nella furia ugualitaria che imperversa, forse perfino il rispetto assoluto di ogni singola cultura come un tutto significativo in se stesso, tanto inculcato da Lévi-Strauss, sarà dimenticato.