"La Lamborghini è un sogno. E la gente si vuole premiare"

Da pochi mesi dirige la casa automobilistica passata alla Volkswagen. "L'Italia? Basta lagne. Siamo più bravi di quello che noi stessi pensiamo"

Distese di campi a perdita d'occhio. Rettilinei che incoraggerebbero alla velocità, non fosse per il viavai di trattori e la sfilza di autovelox la cui presenza insistente trova presto una spiegazione. È questo un lembo della Terra dei Motori. Un paesaggio che pare addormentato nella nebbia d'autunno e che è invece solcato da improvvisi lampi di vita, da auto pensate per farsi notare: per colori, forme e, ancor prima, per un rombo imperioso. O meglio: taurino. Perché così lo concepì Ferruccio Lamborghini, uomo nato sotto il segno del toro. Tuttora è il simbolo della Lamborghini, di un'auto che fa sgranare gli occhi e girare le teste, da sempre forgiata a Sant'Agata Bolognese, quartier generale sin dagli anni Sessanta.

Il marchio ha conosciuto successi, crisi, passaggi di consegne. Ora fa parte del Gruppo Volkswagen, che la controlla attraverso Audi. Testa tedesca e anima italiana, dunque. Da marzo ancora più italiana, considerato che al timone è arrivato Stefano Domenicali, di Imola, 51 anni di cui 23 spesi in Ferrari dove raggiunse, nel 2004, la direzione sportiva della Formula 1. Ora ha l'incarico ufficiale di chairman e chief executive officer. È arrivato a Sant'Agata Bolognese in una fase speciale della casa automobilistica, forte di un 2015 che ha brillato come il migliore anno nella storia aziendale. Il giro d'affari è cresciuto del 39% rispetto all'anno precedente. Fra Huracan e Aventador sono state prodotte e consegnate 3.245 auto, il 28% in più delle 2.530 del 2014. Il fatturato è passato da 629 a 872 milioni di euro.

Avete corso molto. A questo punto quali sono gli obiettivi?

«Continuare il piano di assunzione, già in atto, arrivando a 500 dipendenti in più. Il sito produttivo raddoppierà, passando dagli attuali 80 a 150mila metri quadrati».

In che tempi avverrà la trasformazione?

«La parte nuova dello stabilimento sarà pronta entro la primavera del 2017 e le assunzioni verranno completate nel 2018: anno in cui sarà sul mercato la nostra terza linea, il Suv Urus».

L'era dei numeri ridotti ed esclusivi è dunque chiusa?

«Per la verità nel segmento delle supersportive non supereremo i numeri attuali. Sarà proprio la terza linea a far lievitare il giro d'affari, diversificando la clientela».

Quanto incide la pura immagine, la comunicazione su un marchio come il vostro? Avete appena rinnovato il museo, il sito...

«La comunicazione è determinante. Soprattutto in Italia dove dobbiamo far conoscere di più e più correttamente l'azienda e le auto».

E all'estero, al di là delle Alpi e dell'Oceano il nome Lamborghini che cosa rappresenta?

«Per chi compra un'auto è il sigillo del proprio successo. Una gioia. Un volersi premiare».

L'identikit del vostro cliente tipo qual è?

«Parliamo di liberi professionisti, imprenditori, soggetti con una personalità ben definita. Perché Lamborghini denota proprio questo, il desiderio di distinguersi, di essere protagonisti. Tra l'altro vedo con piacere che i nostri clienti stanno diventando sempre più giovani, la fascia tipica è quella fra i 30 e 45 anni. Il fenomeno è degno di nota perché in controtendenza: oggi i giovani non sembrano provare la passione per i motori che contrassegnava la mia generazione. Per noi le auto erano un qualcosa di straordinario, adesso per qualcuno non è più così. Però Lamborghini risponde evidentemente a un certo approccio narcisistico che soddisfa tanti giovani di oggi».

Lamborghini ha storia e radici italiane, ma una proprietà tedesca. Quanto è teutonica e quanto rimane ancorata al nostro Paese?

«C'è la solidità e l'alto livello di tecnologia del gruppo Audi. Ma il cuore dell'azienda, così come le altissime competenze manifatturiere e tecnologiche applicate a vetture di lusso e di alte prestazioni, la creatività, il design e la passione pulsano qui a Sant'Agata».

A proposito di tecnologia. Lamborghini ha creduto subito nella fibra di carbonio...

«Al punto che in primavera abbiamo ricevuto il Jec Award per gli interni della Huracán in Forged Composite, un'evoluzione di questo tipo di materiale. Non ci fermiamo qui. Stiamo avviando delle partnership importanti in Giappone e Usa, abbiamo appena inaugurato un laboratorio di ricerca a Seattle e così pure un'alleanza con il Mit di Boston. Portare avanti progetti così importanti con realtà e istituzioni di questo tipo ci inorgoglisce molto, senza considerare le conseguenze sul nostro valore competitivo».

Continuerete a dare alle auto nomi di tori?

«Questa è la tradizione. Vede questi dodici volumi? Sono l'enciclopedia Los Toros di Juan Maria de Cossio, scrittore e poeta spagnolo, uno dei più grandi studiosi della tradizione taurina della Penisola Iberica. La sto studiando per vedere quali altri nomi potranno essere utilizzati in futuro. Questo rimane e rimarrà un elemento della storia Lamborghini».

Prima di arrivare a Sant'Agata, cosa l'affascinava di questo marchio?

«Sapere che, nonostante una storia travagliata, qui si è continuato a produrre auto, anzi, fior di auto. Questo è un segno di grandezza. Perché è facile motivare i propri dipendenti quando l'azienda marcia senza problemi, ha una solidità patrimoniale che nessuno mette in discussione. Qui ci sono stati non pochi cambiamenti, vicende complesse, eppure le persone che lavorano qui non solo hanno saputo resistere, ma hanno continuato a offrire prodotti che hanno fatto la storia di questa azienda e, in genere, del mondo dei motori».

Per molti versi la cultura aziendale risente ancora della personalità di Ferruccio Lamborghini, il fondatore.

«Ho sentito tante storie su di lui. Da tutte emerge il profilo di una persona unica, che ha avuto il coraggio di sfidare i tempi. Ha avuto la sfrontatezza di volere credere in un qualcosa fuori dagli schemi. Mi piace quel suo credere in maniera assoluta nelle proprie capacità. Ed è proprio il principio che vorrei si riaffermasse oggi, in questa fase di grande slancio dell'azienda. Certo, lui partiva da una base che voleva costruire. Noi partiamo da una base che si sta solidificando».

E lei che cosa pensa di aver portato? Da cosa ha cominciato?

«Ho iniziato cercando di affermare un principio che volevo tutti condividessero: in Lamborghini era necessario alzare la testa. Non in segno di arroganza, piuttosto per la consapevolezza del proprio valore. Appena entrato ho detto: non dobbiamo avere paura di farci conoscere. Non dobbiamo essere timorosi di guardare al futuro con un'altra dimensione. I nostri concorrenti sono forti, ma noi abbiamo riferimenti solidi. Siamo una squadra, ognuno può fare la differenza, per questo bisogna sentirsi responsabili e protagonisti di un cammino e di una fase speciale di questa azienda e di questo marchio. E ho ripetuto: non deve mancare la cattiveria di pretendere di più da noi stessi».

Personalmente quanto sta in azienda?

«Eccetto i periodi in cui sono in viaggio, arrivo alla mattina presto e me ne vado alle 9 di sera. Sono tra i primi ad entrare e fra gli ultimi ad uscire. Del resto mi piace stare in azienda. Passare per gli uffici, i laboratori, le officine...».

Di recente è stato invitato a parlare a una platea di studenti. Tema: il mondo del lavoro. Cosa ha detto? Come li ha incoraggiati?

«Ho avuto la fortuna di girare il mondo, quindi posso fare paragoni tra realtà diverse. Per questo ho ricordato che l'Italia, in particolare la formazione che si riceve in Italia, è più solida di quanto si pensi e si dica. Siamo noi che entriamo troppo facilmente in una spirale di negativismo».

E lagne.

«Appunto. Dobbiamo credere di più in noi stessi. Dobbiamo sapere che possiamo fare la differenza».

Quindi promuove il sistema scolastico italiano?

«Diciamo che le scuole dovrebbero offrire formazioni più mirate. Questo sì. Bisognerebbe creare figure utili per l'attuale mondo lavorativo».

Come selezionate il personale?

«Si parte dal curriculum. Si valutano le competenze, si programma un percorso di formazione per sviluppare quelle specifiche e le si testa periodicamente, fissando di volta in volta gli obiettivi. I parametri devono essere chiari e condivisi. Chi entra qui ha grandi possibilità, ma non si deve accontentare».

Punto di partenza, comunque, il curriculum.

«Così ho iniziato anch'io. E questo non fa che ribadire il concetto di prima. Bisogna crederci, provare. Io venni assunto dopo aver mandato un CV. Se è successo a me, può succedere a tutti».

Come premiate il merito?

«Con riconoscimenti monetari e l'avanzamento di carriera. Io poi credo nella crescita trasversale. Non mi alletta l'idea di uno che nasce con un ruolo ed è destinato ad andare in pensione nella stessa posizione».

Lei ora lavora a diretto contatto con i manager tedeschi. Che cosa sta imparando da loro? Che tasselli le mancavano?

«Prima di arrivare qui ho seguito un percorso professionale in Audi. E questo mi ha consentito di conoscere i meccanismi e le caratteristiche di una cultura lavorativa diversa da quella italiana. Le posso dire che è fantastico poter integrare il senso di organizzazione del sistema tedesco con la creatività, la fantasia e la freschezza del nostro. È davvero un matrimonio perfetto. E tra le cose che ti insegna c'è che non esiste una ricetta unica. I modi di lavorare cambiano anche in relazione al tessuto sociale e al territorio».

Fu Michael Schumacher a simboleggiare il fatto che la combinazione Italia-Germania è vincente. A Castiglion Fiorentino è stato lei a ritirare il premio Fair Play destinato a Schumacher. Il più bel ricordo che vi lega?

«Il più intenso è la vittoria al mondiale dopo anni di tentativi».

Continua a seguire la Formula Uno?

«Ho vissuto metà della mia vita in Formula Uno. Non potrei certo dire di no».

Prima Ferrari. Ora Lamborghini. Sempre e solo eccellenze italiane, e tanta competizione. Non le capita, talvolta, di aver voglia di normalità?

«Ho la fortuna di lavorare in ambienti speciali. Io però sono una persona normalissima, vivo una dimensione di uomo super-normale».

Però frequenta, appunto, ambienti speciali, che hanno il contrassegno del lusso. Per lei il lusso che cos'è?

«La possibilità di vivere emozioni sorridendo».

E lei per che cosa si emoziona, super-auto a parte?

«Auto a parte, per la montagna, d'estate e inverno. E per il mondo dell'aeronautica».

E che cosa non sopporta?

«Non sopporto vedere chi imposta la propria vita sul distruggere quello che fanno gli altri, così, per partito preso».

Un animo costruttivo...

«Sì. Mi mette tristezza vedere le discussioni che hanno l'obiettivo non di promuovere qualcosa, ma di abbattere ciò che fanno gli altri. Così come mi spiace vedere l'aggressività che talvolta emerge attraverso i social media, mentre poi, nella realtà vera, si tende ad essere fin troppo accondiscendenti, sprovvisti del coraggio di parlare...».

Par di capire che Lei non sia social media dipendente.

«Non ho profili Facebook, Instagram, Twitter... Niente di tutto questo. È un mondo che favorisce sdoppiamenti di personalità e un modo di relazionarsi malato che è un campanello d'allarme su come si sta riducendo la società di oggi. Stiamo accettando un modo di relazione che è fittizio».

Una curiosità: stamattina è venuto in ufficio in Lamborghini?

«Ho a disposizione il parco auto. Ma guido Audi».