Langone, collezionare se stessi strangola lo stimolo

Camillo Langone si dice, contrariamente al sottoscritto, un collezionista di città. Lo afferma il titolo del suo bel libro (Marsilio, pagg. 250, euro 13), che raccoglie un buon numero di articoli scritti su Il Foglio e porta in copertina un’antica immagine dell’Italia rovesciata. Non è che Langone perda il suo tempo a dire che l’Italia è tutta sottosopra: il fatto è che Langone è di Parma, e la copertina indica la penisola vista, appunto, da Parma.
Langone vive a Parma, sosta in mutande davanti alle finestre spalancate, saluta con garbo malizioso parecchie signorine, alcune delle quali molto maleducate con lui. Il suo cattolicesimo non m’interessa. Una di queste signorine, veneziana di buona famiglia (e quindi buona donna lei stessa), durante uno dei suddetti saluti cerca di strangolarlo; lui garbatamente si libera dalla stretta e continua a volerle bene.
Con inusuale modestia, Langone finge qui di non sapere quello che mio papà (che aveva diretto un sanatorio) sapeva bene, e cioè che la mancanza d’aria è una causa di erezione penica e di aumento dello stimolo sessuale. Evidentemente la puttanella, avvezza a camionisti e idraulici, desiderava aiutarlo a salutarla meglio. Mai mettersi in competizione con camionisti e idraulici, specie se si esercita la professione, sempre un po' apocalittica, dell’intellettuale.
Ma torniamo all'argomento principe. Non riesco a capire bene, anche se lui cerca di spiegarlo, perché Langone collezioni città. Che cosa se ne fa? Capisco un collezionista di quadri: ha una galleria personale, se li guarda, poi li rivende, ne compra di nuovi, si picca di scoprire giovani talenti. Capisco già meno un bibliofilo, perché non sono feticista. Però capisco che si possa essere feticisti. Ma un collezionista di città? Dove le mette? Nel libro? No, perché dentro il libro c’è posto solo per Langone, altro che città: ed è proprio questo il suo bello (del resto in poche pagine una città non ci sta). Langone non vuole offrirci nessuno spaccato dell’Italia, e fa benissimo.
In qualunque situazione, città, paesaggio, reception, il protagonista è Langone, Langone è la vera notizia. Langone desidera mostrarci qualcosa alla finestra, ma davanti alla finestra c’è lui, Langone. Langone vince con tutti (meno che con la venezianina), Langone è sempre il più intelligente, il più colto, le risposte più acute e appropriate sono sempre le sue. Le pagine su Milano, per esempio, sono dedicate in gran parte a un mio libro, e in quelle pagine ci faccio la figura dello stupido. La sua obliquità mi spiazza, dio mio come sono quadrato.
Non è che Langone sia di gusti difficili. Piacergli è facile, basta un po’ di autentica classe. A Riccione incontra ad esempio Aurelio Picca, la miglior penna italiana. Al calar delle ombre i due possono fare molto, a Riccione. Basta ad esempio muoversi da viale Ceccarini, fare un salto dalle parti del Savioli Spiaggia e poi immergersi nella più retorica, nella più russa delle notti, con sigarette spente e cicche spiaccicate sulle tovaglie di «Azzurra» e pistole in fondo a tasche Armani.
Ciò che, alla fine, importa di questa Italia è che è l'Italia di Langone, sempre meglio di quella di Prodi, di Slow Food e del Fai. Amiamola così, per amore di Langone, nient’affatto collezionista di città ma grande giornalista e, in un punto, anche scrittore: quando, anziché vincere, perde. A Venezia (basta che non me la porti a Milano, la fanciulla, per farne una poetessa. Questo sarebbe un po’ troppo).