L'arte sacra del tatuaggio che racconta la storia thai

I «Sak Yant» sono disegni che fondono religione e magia. E solo i maestri Ajarn possono eseguirli

(Da Chiang Mai) «I miei Sak Yant sono vivi», mi dice James Khemthong quando lo incontro a casa sua nella periferia di Chiang Mai, in Thailandia, settecento chilometri a nord della capitale Bangkok. «Al giorno d'oggi tutti possono fare un bel tatuaggio, ma in questo mondo pochi hanno il potere di farne uno sacro». Le parole dell'Ajarn, così come vengono chiamati i maestri autorizzati a tatuare i Sak Yant o Yantra , ovvero i tatuaggi sacri thai, che fondono magia e simbologia religiosa, arrivano proprio mentre in tutto il mondo si diffonde la notizia di alcune persone beffate da un tatuatore che avrebbe inciso frasi ridicole sulla pelle di turisti alla ricerca di un ricordo esotico. Il protagonista della farsa si è giustificato dicendo che «era stanco di veder banalizzare la propria cultura millenaria». Non è certo una novità. La tendenza moderna, sempre più alla ricerca affannosa dell'estetica, infatti, è quella di dimenticarsi delle tradizioni, cercando di trasformale in mera apparenza e moda. Ma qui in Thailandia, dove si vive di religione, simboli, miti e dove in qualsiasi luogo si respira la spiritualità di questo Paese, non è così. Già a giugno di quest'anno il ministro della Cultura di Bangkok aveva proposto di vietare ai farang gli stranieri la possibilità di farsi tatuaggi sacri, perché «molti li fanno senza alcun rispetto», aveva spiegato.

Originariamente indossati dai guerrieri, i Sak Yant hanno un alto valore spirituale e una tradizione antichissima. Secondo la cultura thai, sarebbero un collegamento tra il mondo fisico e quello degli spiriti, in grado anche di poter determinare o modificare il corso della propria esistenza.

Per realizzare un tatuaggio magico, gli Ajarn utilizzano una lunga asta metallica appuntita che è chiamata Sak Mai, con la quale iniettano l'inchiostro sotto pelle. L'inchiostro, in origine, era ricavato dal sangue dei serpenti e da alcune tipologie di piante, anche velenose. Le raffigurazioni sono diverse, ma tutte legate alla simbologia asiatica e buddista e circondate da preghiere scritte in sanscrito. Ogni maestro, che può essere sia un monaco e sia un laico, che abbia concluso un percorso con un Ajarn anziano, può progettarle a modo suo, in modo da dargli la protezione e il potere che meglio si adatta a chi lo indossa. Alcuni disegni sono fatti specificatamente per dare coraggio o per non essere colpiti da pallottole o da armi bianche e sono utilizzati soprattutto dalle forze speciali, dagli uomini della polizia e dai fighters della Muay Thai. Altre composizioni porterebbero fortuna. Altre ancora soldi, lavoro e amore. Ogni simbolo ha un significato ben definito e alcuni sarebbero più potenti di altri.

James Khemthong ha una quarantina d'anni e tatua da oltre venti. È molto conosciuto e rispettato per i suoi Sak Yant e i suoi discepoli gli sono molto devoti. Mentre sono là, uno di questi inizia la preparazione per farsi tatuare. Gli incensi annebbiano la stanza, alcune candele sono accese sotto le immagini di antenati e in sottofondo riecheggiano canti religiosi. C'è tutto un rituale particolare, spesso confinante con pratiche magiche, per ottenerne uno. La bacchetta entra nella pelle e in pochi minuti il tatuaggio sacro viene inciso. Qui inizia la celebrazione per l'attivazione. Khemthong, soffia sulla testa del ragazzo appena tatuato, pregando. Il ragazzo, tenuto da altre due persone, inizia ad agitarsi velocemente, come se fosse impossessato dalla raffigurazione che ha appena segnato il suo corpo. Subito dopo incomincia una respirazione veloce, sempre più veloce. Inizia a tremare e piangere. La situazione, poi, torna alla normalità dopo poco tempo. Il ragazzo ringrazia il maestro, si alza ed esce silenziosamente dalla stanza.

«Ognuno di noi ha una reazione diversa. Se il tatuaggio viene fatto e attivato correttamente, il Sak Yant entra dentro di te e lo sentirai presente, soprattutto in determinati periodi della tua vita», precisa l'Ajarn Khemthon.

I tatuaggi sacri sono diffusi in tutte le categorie sociali, l'importante è che «chi si fa uno Yantra dovrà seguire per sempre cinque regole», mi dice Kruba Teainchai, un monaco molto venerato che incontro nel tempio Mae Takrai, costruito circa cento anni fa e conosciuto dai locali e non per il suo Hell Garden una delle poche rappresentazioni dell'inferno nella visione buddista situato a un'ora di automobile da Chiang Mai. «Le regole sono: non uccidere, non rubare, non desiderare la persona amata di qualcun altro e non tradire la persona con cui stai, non mentire, non intossicare il tuo corpo, non insultare le madri in generale inclusa la propria». Oltre a queste, però, ogni maestro può aggiungerne altre da dover rispettare.

«Se si trasgrediscono precisa il religioso il tatuaggio perderà il suo potere e quello che ti sei tatuato potrebbe impossessarsi di te». Il corpo di Kruba Teainchai è completamente ricoperto di questi simboli sacri che lui stesso si è fatto. Da più di vent'anni vive in questo tempio dove pratica tutte le regolari cerimonie buddiste e da circa tre anni tatua secondo le richieste fatte e le persone che si trova di fronte, a colori oppure all'olio. Questi ultimi hanno gli stessi poteri di quelli fatti con inchiostro ma non sono visibili sulla pelle.

Il Kruba mi benedice e mi congeda ricordandomi che i Sak Yant non sono una moda. «Ovunque in Thailandia è possibile farselo fare in un comodo negozio di tatuaggi, ma gli Yantra sono ben altro e vanno portati con rispetto». Quel rispetto che, forse, molti turisti non conoscono e neanche comprendono, accecati dall'era oscura in cui viviamo, caratterizzata da una diffusa ignoranza spirituale.