"L'arte va risvegliata come la Bella addormentata"

Il presidente del Fai: "Venezia e il Colosseo sono diventati feticci consumistici. Tocca a noi decidere se far sopravvivere la nostra civiltà"

Andrea Carandini è nella sede del Fai a Milano. Romano, conte per titolo («però non lo uso, mi chiamano il professore»), Carandini ha «la vocazione della storia». Ha lasciato le cattedre universitarie - in Archeologia e in Storia dell'arte greca e romana - da qualche anno (ne ha 79), poi è stato Presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e, dal febbraio del 2013, è presidente del Fondo ambiente italiano. Che ha appena festeggiato i venticinque anni delle sue «giornate di primavera»: mille luoghi aperti, 750mila visitatori. «Mi inorgoglisce, per la maturità degli italiani: sono molto più consapevoli dei rischi che corre il Paese».

La stupisce?

«Molto. Quando ero giovane non era così. L'Italia era sbranata e distrutta. Purtroppo la consapevolezza viene a rovina fatta, anche se la rovina va avanti».

Un esempio di sito ben gestito?

«Le catacombe di San Gennaro. Per avere senso nel presente i beni devono essere animati, parlare con la società, rispondere a bisogni dell'uomo di oggi».

Che cosa rende una gestione eccellente?

«Conservare non è abbastanza. Ci sono enti in cui la tutela è buona, ma la comunicazione è pessima; oppure la comunicazione è buona, ma lo sviluppo economico è pessimo. Servono tutti e tre gli elementi».

Si può fare tutto insieme?

«È un impegno che nessuno può risolvere da solo, bisogna cooperare. Per esempio, la Fortezza di Alessandria era ignota: è stato il più votato dei luoghi del Fai, ha ricevuto 50mila euro come premio e questo ha fatto sì che si risvegliasse anche lo Stato, che ha dato 25 milioni».

Esempi negativi?

«Eh, tantissimi. Il peggiore: Venezia ha perso oltre un terzo degli abitanti e ha trenta milioni di visitatori l'anno che la bombardano e vanno sempre nello stesso luogo. E magari dieci calli più in là non c'è nessuno... A Roma il Colosseo è bombardato, al Museo di Palazzo Venezia ci sono poche decine di persone».

Che significa?

«Che sono enormi feticci iperconsumistici e ipervisti. Come un tappeto meraviglioso di cui vuoi vedere solo un centimetro quadrato, anziché tutta la trama. Ma la nostra materia prima è culturale, una stratificazione storica pazzesca».

L'Italia è il centro della storia culturale dell'Occidente?

«Non è più il centro, è all'origine. Fino al 1630 l'Italia era il centro assoluto dell'Europa e del mondo; poi questo centro si è spostato in Olanda, in Francia e in Gran Bretagna e, con l'Impero britannico, nel resto del mondo. Questo germe, nato in Italia, ha invaso il mondo».

E oggi?

«Oggi, se un cinese vuole capire il suo stesso destino, deve andare alle origini. La gente ama l'Italia per questo: sa che qui c'è il segreto di un destino globale. Il quale è inverato anche nelle nostre produzioni attuali. Perciò dobbiamo prendere contatto con i nostri avi».

Dobbiamo puntare sui «servizi culturali»?

«Servizi e creatività culturali. Dobbiamo attrezzarci. Lei sa chi è Augusto, ma un cinese lo sa? Un servizio culturale fa come il principe con la bella addormentata».

La risveglia?

«I beni sono cadaveri, che devono essere resuscitati per farli entrare in un rapporto vivo con noi. Bisogna svegliarli dal loro sonno, come fece Gesù con Lazzaro. E così si mette in moto la ruota del valore culturale, il quale si riverbera, in seconda istanza, come economico».

In Italia c'è un atteggiamento elitario nella gestione dei beni culturali?

«Spaventosamente elitario. Tutto è immaginato come se esistesse una borghesia illuminata e istruita che gira per musei e luoghi, e che non ha bisogno di resuscitamenti... Ma alla persona meno colta il bene non parla. Oggi molti non sono autonomi culturalmente, però tutti hanno un bisogno culturale: vanno sostenuti».

Perché ha deciso di fare l'archeologo?

«Non ho deciso. L'archeologia è un destino, che mi è stato dettato da due sogni. Li ho fatti intorno ai nove anni e poi li ho dimenticati, ma erano premonitori: sto ancora continuando a capirli».

Che sogni erano?

«Tipicamente archeologici. Li racconto anche nel mio nuovo libro in uscita, La forza del contesto. Entrambi i sogni sono ambientati a Londra: fra il '45 e il '47 papà era stato il primo ambasciatore italiano in Inghilterra dopo la guerra e nel '46 ho trascorso un anno là».

Che cosa succede nei sogni?

«Nel primo sono nella metropolitana, seguo le scritte Way out ma, anziché farmi uscire, quei cartelli mi portano sempre più a fondo. C'è una porticina, la apro e vedo dei maggiordomi che scavano nelle tombe di dame vittoriane, prelevano i gioielli e li mettono in cassette in peltro».

Nel secondo?

«Sono al Claridge's, l'albergo dove all'inizio papà aveva la sua stanza, ma non la trovo; e da una finestrella vedo lo scavo del teatro romano di Londra. In pratica ho sognato lo scavo di una necropoli e di un abitato».

Interpretazione?

«Come Dante: prima di salire al monte e vivere la tua vita devi scendere all'Inferno. Inabissarti nel mondo dei morti e del passato. Così deve fare anche l'Italia, per trovare la forza e le energie per risorgere».

Il passato è la chiave?

«Non sono passatista, la società contemporanea mi piace. Ma solo una volta collegato col tuo passato hai le forze. Le radici. Questa società le ha perse tutte: contadine, aristocratiche, borghesi, perfino operaie. Ci stiamo essiccando al sole».

Ma come è diventato archeologo?

«Ho fatto un itinerario: prima ho studiato Filologia classica all'università, poi Storia dell'arte antica, poi archeologia. Mi sono laureato con Ranuccio Bianchi Bandinelli, ho studiato i mosaici di Piazza Armerina. Un grande professore, ma di storia dell'arte».

L'ha aiutata?

«Mi ha raffinato culturalmente, mi ha predisposto. Ma il buon allievo deve seguire la sua natura, aiutato dal maestro, e non scimmiottarlo. Io avevo bisogno di tornare alla terra e interrogarla: ho studiato la ceramica, come si scava per strati il terreno senza distruggerlo, come si costruivano gli insediamenti agricoli... E per farlo serve una squadra: ho scavato con migliaia di giovani».

Perché Ranuccio Bianchi Bandinelli era chiamato il «conte rosso»?

«Era un aristocratico, comunista. Io anche ho una componente aristocratica da parte paterna, e liberale da parte materna, perché nipote di Luigi Albertini. Anche mio padre, che si faceva chiamare conte, era un liberale di sinistra, fondò il Partito radicale. Bianchi Bandinelli lo fu di più».

E lei?

«Io per un periodo, ma non in modo acceso. Da giovane ho militato nel Pci, sono stato anche nominato responsabile dei beni culturali da Napolitano negli anni Settanta; ma poi sono andato via, molto deluso».

È cresciuto in un ambiente particolare.

«Certo. A 4 anni seppi che era morto mio nonno, che nel '25 aveva perso il Corriere. Lui abitava al piano di sopra, era un eroe vinto, diciamo, ma politicamente, non idealmente. La sua figura ha influenzato mio padre e poi me, anche se l'Italia in cui abbiamo vissuto è stata molto diversa».

In che modo l'ha influenzata?

«Per l'indipendenza di pensiero: io l'ho avuta, anche sbagliando. E poi per l'impronta di grande imprenditore, che aveva, e che mi ha aiutato a capire l'importanza degli aspetti organizzativi e dei rapporti con gli altri: l'intellettualismo che diventa imprenditorialità. È questo che gli italiani devono avere».

Si ricorda di suo nonno?

«Mi ricordo che mi metteva sulle sue spalle, che l'autista mi proiettava Topolino e che cantava l'opera».

Ha conosciuto anche l'ambiente del Mondo?

«Certo. Pannunzio e gli altri, li vedevo tutti intorno a me. Amici, ma di un passato lontano ormai... Uomini speciali, straordinari, uno diverso dall'altro. Da giovane, Pannella aiutava mio padre nei comizi. È il mondo della mia infanzia, sono nato in quell'ambiente».

Però ha detto di essere «tornato liberale» con gli anni. Perché?

«Allora quel liberalismo mi sembrava ristretto: a parte Croce, che ne era il lume tutelare, non venivano valorizzati gli altri classici del liberalismo, come Stuart Mill, Tocqueville, Constant. Così mi sono interessato a Marx, soprattutto per gli studi sulla società precapitalistica. Ho riscoperto quelle fonti studiando Isaiah Berlin, per tre anni».

Che cosa ha fatto nell'anno in cui ha vissuto a Londra?

«Sono stato in un collegio. Di quelli con le punizioni corporali. Però mi sono anche molto divertito: stavo con tanti ragazzi, non sempre chiuso come in famiglia. In Inghilterra ho aperto gli occhi. L'ambasciata per me poi era un luogo mitico, ci andavo nel fine settimana. Sa che sono parente di Christopher Lee?»

L'attore?

«Sì. Un giorno si è presentato da mio papà, gli ha detto che era suo cugino e che non aveva lavoro. Mio papà era amico del produttore dei film di Laurence Olivier, Del Giudice: così glielo ha presentato».

Lei ha studiato soprattutto la storia di Roma.

«Abito sul Quirinale, la stanza in cui sono nato guarda il Palatino. L'Atlas of Ancient Rome, l'Atlante di Roma antica è stato pubblicato da poco anche dalla Princeton, in una versione più aggiornata. Lì c'è tutto quello che so su Roma e che ho fatto negli anni, con tanti giovani».

La cosa più affascinante dei suoi studi?

«La cosa più bella è che tutti dicevano Roma fosse nata nel VI secolo, che la fondazione nell'VIII secolo fosse una balla. Il fatto è che scavando non trovavano muri».

E invece?

«Con delle tecniche più affinate, scavando sul Palatino ho trovato le costruzioni in legno e in argilla. La Roma del VII e VIII secolo, e anche la Roma prima di Roma, del nono e decimo secolo».

La cosa più bella dei suoi scavi?

«L'idea di aver scoperto l'intera dimensione di Roma, quella che nessuno aveva visto, grazie alle tecniche di scavo. E quella Roma coincide con la tradizione della sua fondazione. E prima ancora c'è un altro insediamento, il Septimontium, e io l'ho visto. Per un ettaro di Palatino, io le ho viste tutte».

Ancora si emoziona.

«È come imparare a leggere la musica: leggere il terreno, la storia. Leggere il romanzo del cammino dell'umanità attraverso quello che l'umanità ha lasciato, senza volerlo. Impari che le cose e i muri parlano attraverso di te, purché tu li sappia ascoltare e interpretare bene».

Che rapporto c'è fra archeologia e mito?

«I miti di Roma credo siano leggende: una memoria culturale, in cui la storia è fortemente manipolata. Ma questa traduzione in mito ha lasciato residui di verità, un nocciolo che solo l'archeologia può individuare».

Lo ha fatto?

«Su Roma l'archeologia ha confermato più Livio e gli storici antichi di quelli moderni. E questo non è piaciuto... La storia è bella, ti permette di frugare nel mito al di fuori del mito, perché gli strati di terra non sono miti, sono realtà. Mi sono molto divertito».

Va ancora agli scavi?

«Il mio scavo va avanti, ho un successore, Paolo Carafa. Vado a trovare lui e i ragazzi. Dopo trent'anni i risultati hanno molto più credito, anche se qualche opposizione c'è ancora».

Crolleremo come l'Impero romano?

«Il rischio della fine della nostra civiltà c'è. Civiltà grandiose sono finite. Da tutte le parti c'è la sensazione di un disgregarsi».

Chi sono i barbari?

«I barbari siamo noi. Siamo noi che dobbiamo decidere se fare finire la nostra civiltà, o mantenerla».

Commenti
Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Mer, 12/04/2017 - 09:50

Prima di questa lettura sono stato affascinato da Andrea Carandini così come l'ho sempre seguito in televisione, su Rai Storia. Ora, questa intervista che è autentico capolavoro dialogico, me lo consegna in tutta la sua grandezza come nemmeno immaginavo fosse. Attendo la pubblicazione del suo libro che 'raccoglierò' con tantissimo amore. Spero mi riveli quel -abito sul Quirinale..- non meglio chiarito. Dei suoi scavi al Palatino, poi, di una suggestione impareggiabile. E, Londra ancora, in quegli anni (senza filtro), attendo quasi ansioso di leggerlo. Ecco cosa manca nelle torrenziali esternazioni di Sgarbi, l'esaltazione di Andrea Carandini che ha tutti i titoli per essere menzionato come Grande d'Italia. -riproduzione riservata- 9,50 - 12.4.2017