LARTIGUE L’uomo che ebbe in dono la felicità

Dietro la scelta dei suoi soggetti non c’è altra estetica che il puro piacere della vita

nostro inviato a Parigi
Ogni volta che mi capita di vedere una fotografia di Lartigue il cuore mi si riempie di felicità. Mi rendo conto che la cosa può suonare retorica e so benissimo che il motivo di quella felicità può apparire incomprensibile, ma se sotto il primo aspetto non posso farci nulla, è sul perché del secondo che vale la pena soffermarsi. A vent’anni dalla morte, con una raffinata mostra che lo ricorda al Museo del Roland Garros a Parigi («L’Art du fugitif», sino al 30 settembre) e con il prevedibile diluvio di celebrazioni che si addenserà intorno all’anniversario (Lartigue morì a 92 anni, il 12 settembre del 1986) questo è il momento più propizio per abbozzare una risposta e, contemporaneamente, porsi anche qualche domanda.
Apparentemente, infatti, non c’è nulla del suo universo fotografico che giustifichi quella fascinazione così particolare. Lartigue è una sorta di cantore della Belle Époque: cominciò a scattare e a collezionare immagini da bambino, quando l’apparecchio fotografico era più grande di lui, continuò sino allo scoppio della Grande guerra, quando ormai era diciottenne, e negli anni Venti non si discostò da un mondo e da un clima, più o meno ruggente, più o meno folle, che era sì la cifra dell’epoca, ma che lui tratteggiò come se fosse la pura e semplice continuazione di quella precedente in cui era venuto al mondo. Anche il decennio successivo, i Trenta ideologici e politici, i Fronti popolari e i Fascismi, le crisi economiche e gli scioperi, i partiti di massa e le democrazie parlamentari non lo videro discostarsi da un cliché, ovvero una sorta di fedeltà a un ambiente, il suo, che in linea di massima non esisteva più se non, appunto, in un ristretto milieu che fra Parigi e la Costa Azzurra continuava imperterrito a celebrare il proprio mito. Di come cambiasse il mondo in Lartigue non c’è traccia e tuttavia, viste a distanza di tempo, nelle sue fotografie non c’è nulla di anacronistico.
A questo totale scollamento con la realtà si aggiunge un altro elemento, paradossale eppure significativo. Pittore di un certo talento, Lartigue non si considerò mai un fotografo professionista e non fece della fotografia la sua principale fonte di sostentamento. Figlio di una delle otto fortune economiche della Francia di fine Ottocento ebbe il privilegio di non doversi mai preoccupare di pagare le bollette alla fine del mese e anche quando, con la crisi del ’29, il patrimonio paterno finì con l’assottigliarsi, la rete di amicizie, conoscenze, frequentazioni gli permise sempre di trarsi d’impaccio senza dover rinunciare all’agiatezza. Tutto questo aiuta a spiegare perché, ancora negli anni Cinquanta, Lartigue fosse considerato in patria un geniale fotografo della domenica, ma rimanesse un perfetto sconosciuto all’estero.
Eppure, questo fotografo che non vendeva le sue fotografie e non brigava per vederle pubblicate, in quel primo mezzo secolo del Novecento non fece che riempire di immagini i propri album privati, una sorta di fotocronaca del suo tempo fatta però con l’occhio di chi sceglieva soltanto quello che gli piaceva, lo interessava, gli procurava gioia, lo riconciliava con quel tempo che intanto passava. Così, quando nei primi anni Sessanta, quei suoi album finirono nelle mani del curatore del MoMa, il Museo d’arte moderna di New York appena inaugurato, e furono alla base della sua scoperta e del suo riconoscimento, ci si dové rendere conto di due fatti: il primo che lo sconosciuto fotografo che veniva alla ribalta era un signore di quasi settant’anni; il secondo che da Cartier Bresson a Stieglitz, da Brassai a Avedon, tutto ciò che incarnava insomma la modernità della fotografia e la sua elevazione a arte del XX secolo Lartigue l’aveva realizzato in anticipo almeno di un ventennio. Senza maestri e senza riferimenti, era stato l’occhio del Novecento prima che il Novecento si rendesse conto di avere uno sguardo.
Questo breve excursus biografico ci avvicina al cuore della questione e la mostra che adesso si può vedere al Museo del Roland Garros è, pur nella sua specificità, esemplare perché quella questione trovi la sua risposta. «L’art du fugitif» è il titolo e nessun fotografo è mai riuscito, come invece accadde a Lartigue, a fare dell’istante, del momento, una poetica. Che si tratti del tennis, delle corse automobilistiche, del nuoto, dello sci o delle prime esibizioni aeronautiche l’apparechio fotografico ritrae e consegna alla memoria la supremazia del gesto, l’attimo che ingloba in sé l’avvenimento, l’azione isolata nella sua perfezione. Questo tentativo di fissare in uno scatto l’essenza di ciò che si vedeva è alla base dell’arte di Lartigue, ma l’elemento che rende quest’ultima così particolare è dato dal fatto che dietro la scelta del soggetto non c’è altra estetica che non sia quella del puro e semplice piacere della vita. Lartigue non documenta, non interpreta, non va alla scoperta, non vuole essere un testimone dell’epoca: ciò che a lui interessa è perpetuare nell’immagine uno stato di felicità che gli è proprio dall’infanzia, la vita come giardino incantato delle meraviglie le cui chiavi d’ingresso appartengono a lui e a pochi altri. «C’è in me qualcosa dello spettatore che guarda senza preoccuparsi di alcuna contingenza, senza sapere se ciò che accade è serio, triste, importante, più o meno divertente. Una specie di extraterrestre venuto sulla terra unicamente per godersi lo spettacolo. Lo spettatore per cui tutto è teatro della marionette, anche e soprattutto lui stesso».
In quest’ottica l’arte di ciò che fugge che dà il titolo alla mostra ha un suo profondo significato: «Pittura, fotografia, scrittura, non faccio alcuna gerarchia in proposito. Sono mezzi d’espressione diversi ma volti allo stesso fine, trattenere ciò che incessantemente passa. Se il passaggio è velocissimo scelgo la foto, proprio perché è l’arte dell’attimo che se ne va... Ciò che è appassionante e divertente con la fotografia è che apparentemente è un’arte di superficie che tuttavia fissa delle cose che io stesso non ho nemmeno percepito».
Cresciuto nell’epoca di Proust, ma suo lettore soltanto in tarda età, Lartigue fece a priori con la fotografia ciò che l’autore della Récherche aveva fatto a posteriori. Tanto per quest’ultimo la foto era uno strumento, una specie di aiuto alla memoria, quanto per il primo l’immagine funzionava da antidoto alla dimenticanza: le madeleines proustiane nascevano dal ricordo, mentre quelle di Lartigue erano già lì, pronte all’occorrenza, una sorta di segnatempo della contemporaneità.
È questa immediatezza che spiega l’altro elemento forte di diversità. Ciò che per Proust non è altro che il tempo perduto, e quindi la nostalgia e la malinconia nel riportarlo in vita, per Lartigue è sempre e comunque il presente: tanto la vita del primo è coniugata al passato, tanto quella del secondo è segnata dalla attualità. Solo che il presente di Lartigue evita accuratamente qualsiasi inquadratura che non rientri in una propria visione del mondo da cui il brutto è escluso per decreto, il dolore è vietato, la sofferenza è assente, la bellezza e il divertimento sono assicurati. Il suo album di famiglia è fatto di sole e di mare, di giochi all’aria aperta e di corse in macchina, di bambini che saltano gioiosi e increduli nell’acqua e di belle ragazze che si abbronzano, di barche, di case e di alberghi a picco sugli scogli... È l’edonismo e il panteismo allo stato puro, ma è sempre un occhio infantile, divertito e complice, a ritrarlo: non c’è mai il peccato, non c’è mai la colpa, ma sempre e soltanto il piacere che nasce dallo stare al mondo senza disagio.
Questa estetica del bello non è mai calligrafica, e la naturalezza con cui è resa giustifica non solo quel sentimento di felicità di cui parlavamo agli inizi, ma ne spiega altresì l’elemento di atemporalità che la accompagna. Volti infantili e volti femminili, gesti atletici e momenti di sport, paesaggi montani o marini con figure appaiono singolarmente senza tempo e finiscono per fare parte integrante del tuo immaginario. Proprio perché non v’è nulla di artificiale e di costruito, l’album della vita di Lartigue è l’album di un uomo felice e poco importa sapere quanto e se questa felicità ebbe un prezzo o venne pagata sotto forma di sofferenze altrui. Bambino cagionevole, Lartigue ebbe un’esistenza lunghissima, 92 anni, si sposò tre volte, ebbe figli e nipoti. Uno di questi, Martin, sarà il protagonista, negli anni Sessanta, di un film che si chiamava La guerra dei bottoni, ironico e poetico affresco del mondo visto con gli occhi dell’infanzia. Lo stesso occhio che sino alla fine conservò questo incredibile campione della gioia di vivere. Come dirà nel commemorarlo un altro grande della fotografia, Jean-Loup Sieff: «Ogni volta che riflettevo sulla sua età, non potevo impedirmi di pensare alla sua morte e tuttavia era un qualcosa di inimmaginabile: non si può pensare alla morte di un bambino, anche se è molto avanti negli anni».