L'asse con l'Asia è l'unica ricetta anti recessione

S'è capito in fondo ben poco di quanto in campagna elettorale predicato o promesso per l'economia dal mulatto e furbastro Obama o dal non emanante salute McCain. Malgrado la crisi economica abbia deciso l'elezione, ambedue si sono mantenuti in una certa vaghezza.

Obama ha ripetuto male il programma della Clinton, adattandone le idee alle gag dei suoi comizi che parevano concerti. Ha sì cantilenato di sanità da estendersi a carico dello Stato, o dei debitori di mutui sballati che vuole soccorrere coi soldi di tutti, e di rinegoziare il Nafta, e di rifare le infrastrutture... Ma appunto in maniera vaga, perfetta per una campagna furba com'è stata la sua. McCain, indebolito dalla crisi del mercato, è stato del resto non meno vago, predicando un liberismo castigato.

L'agenda del presidente degli Stati Uniti sarà ben altra. La potenza ma anche i guai dell'America impongono in effetti dei compiti delicati, che non erano adatti alla propaganda elettorale. Mentre si esecravano le banche per i loro eccessi, come spiegare infatti che nessuno eletto alla Casa Bianca potrà permettersi di obliare Wall Street e la centralità finanziaria degli Stati Uniti? Parlare di meno tasse è andato bene per Joe l'idraulico e certo la famigliola che ha firmato mutui impossibili da onorare si sarà compiaciuta a sentire parlare di sussidi. Ma si tratta, come gli investimenti per rinnovare le infrastrutture sui quali hanno concordato ambedue i candidati, di accidenti.

L'agenda del presidente implica piuttosto una risposta a questa grave domanda: come uscire dalla crisi ricalibrando la leadership finanziaria degli Stati Uniti? Per una nazione che ha una parte ormai esigua di occupati nel settore manifatturiero, con proporzioni impensabili in Germania o in Italia, non c'è altra strada che questa. Gli Stati Uniti sono nazione in difetto di esportazioni cronico e con l'urgenza di attirare capitali per pareggiare il proprio deficit. Non solo il suo enorme terziario ma tutto il livello dei consumi ne dipende; non può farne a meno.

Reindustrializzare l'America in una presidenza, e per di più con una crisi simile, resta impensabile. Occorrerebbero per farlo decenni di protezionismo, e ardue politiche di risparmio forzoso. Dunque una recessione più grave e, sin d'ora, tassi di interesse più elevati: due esiti insostenibili. L'ordine del giorno del presidente sarà piuttosto quello di reflazionare l'economia, per l'intanto evitare quei prezzi calanti che sono la rovina dei debitori. Così da dare orizzonti più solidi, e meno precari di quelli solo speculativi, al rifinanziamento di deficit e debito americano. In altri termini nessun presidente può permettersi di disfare quanto Clinton ha fatto, e smettere di appoggiarsi ai mercati finanziari e alla complicità della Cina.

Allo scrivente e al nostro cortese lettore certo questo può più o meno piacere. Ma è questo lo scenario al quale si è avviata quella nazione; e non c'è per gli Stati Uniti vera soluzione della crisi senza di esso. Il nuovo presidente dovrà ricombinare con l'Asia e i Paesi petroliferi, tassi di cambio e prezzi, e tassi di interesse. La ripresa del risparmio sarà molto lenta; con ogni espediente, al costo persino dell'inflazione si vorranno invece reflazionare le azioni e i consumi.

Argomenti preziosi anche per la complice Cina, che è una partnership per l'America più preziosa di quella europea, almeno in economia. Nel 2020, persino in un calcolo a parità di potere d'acquisto, il Pil cinese sarà ancora circa soltanto il 70 per cento di quello statunitense. Calcoli su scenari più lunghi non hanno senso. I guai gravi e più urgenti sono a breve, e Washington si adopererà per risolverli, certo coi soldi dei contribuenti, e senza però sovvertire lo scenario economico più utile alla leadership americana. Che ci riesca davvero stabilmente, e che poi questo sia un bene anche per l'Europa, be'... è un altro discorso.