Il lato cafone dei politici Le migliori foto di un giornale controcorrente

Le foto dissacranti e ironiche del <em>Borghese</em> di Tedeschi erano in anticipo di decenni sulla satira di oggi. Onorevoli attaovagliati, festaioli, addormentati e con le dita nel naso. Scontri, cariche, cortei non fecero perdere ferocia e mordente

Immortalato di spalle, l’onorevole Amintore Fanfani parla a un congresso democristiano. Sotto i suoi piedi, un pacco di giornali gli permette di non sfigurare sul podio. La didascalia che accompagna la foto recita: «Con qualche sforzo, Fanfani si affaccia alla ribalta nazionale».
Il Borghese era questa cosa qui, un occhio impietoso e insieme divertito. L’aveva fondato nel 1950 Leo Longanesi: quindicinale, nel 1952 era diventato settimanale, poi nel ’57 Longanesi era morto ed era stato Mario Tedeschi a raccoglierne l’eredità. Non si fa torto al fondatore se si dice che Il Borghese dei successivi quindici anni (sino cioè alla sciagurata elezione di Tedeschi a senatore nelle file del Msi), quello del record di vendite, dell’anti-Espresso e della satira anti-sistema fu merito suo. Chi viaggia oggi fra i cinquanta e i settant’anni è questo Il Borghese che ricorda, l’altro è antiquariato, oggetto mitico di cui, tranne rare eccezioni ottuagenarie e nonagenarie non esistono più testimoni viventi.
Longanesi fa parte del pantheon giornalistico-editoriale italiano: c’è entrato sì in ritardo, con molti distinguo e con fatica, ma da lì ormai non lo schioda più nessuno. Su Mario Tedeschi grava invece ancora una cappa di solido conformismo, come è destino di chi negli anni Sessanta si trovò a fare l'opposizione da destra al centro-sinistra e nel decennio successivo entrò in rotta di collisione con quella stessa destra politica di cui si era fatto garante.
Adesso il Consiglio Regionale del Piemonte allestisce a Torino questa mostra, Il fascino borghese della fotografia. Politica, costume e società dall’archivio fotografico de «Il Borghese» (Piemonte Artistico culturale, piazza Solferino 7, sino al 12 novembre) e gli affianca, a cura di Dario Reteuna e con la collaborazione di Elisa Paola Lombardo, un bel catalogo illustrato, ricco di informazioni e con una prefazione di Vittorio Feltri, primo passo per una rilettura obbiettiva del Tedeschi direttore.
Per alcuni versi, Il Borghese di Tedeschi (ma c’era anche un parterre di firme di tutto rispetto: Prezzolini e Enrico Fulchignoni, Gianna Preda e Luciano Cirri, Claudio Quarantotto e Emilio Cavaterra, Alberto Giovannini e Piero Buscaroli, Giano Accame e Julius Evola, per citarne solo alcuni) è stato il padre del Cafonal di Roberto D’Agostino e Umberto Pizzi: i politici attovagliati, i politici festaioli, quelli con le dita nel naso, quelli con la lingua di fuori, gli scrittori in lotta con la società borghese e gli scrittori in lotta con l’uso delle posate (spesso le stesse persone), i vizi, i tic, i tabù e le manie del ceto medio che emergeva, così come della classe operaia che reclamava il proprio posto al sole… Perché negli anni Sessanta c’è già in nuce lo sfascio esistenziale e politico, la grande mutazione, che nell’arco di un trentennio renderà il Paese irriconoscibile. Fateci caso: i «vecchi fusti», per usare un classico termine «borghesiano», appartengono ancora per età alla generazione che, pro o contro, si è formata sotto il fascismo. Mano a mano che il dato anagrafico li condanna, ciò che ne prende il posto è sempre più chiassoso e meno serio, più volgare e meno pudico, più ostentato e meno riservato. Nelle persone come nei luoghi è l’emergere di un Paese che confonde il benessere con l’assenza di regole, vuole nuovi diritti, ma non si sogna di contrapporgli nessun dovere.
La differenza fra l’Italia difesa da Longanesi e quella detestata da Tedeschi sta nel fatto che la prima non esisteva: era la proiezione di un genio malinconico che si ostinava a popolarla di colonnelli in pensione e vecchie zie, padroni del vapore e socialisti in vena di romanticismo, professori di provincia e signorine di buone maniere. Orfano di Mussolini, Longanesi era odiato perché temuto. Conosceva vita, morte e miracoli di chi, la maggioranza, si era scoperto fieramente antifascista a fascismo defunto. Era difficile con lui atteggiarsi a martire, a resistente, a reduce: sconfitto il Pci nel’48, il decennio successivo sarà ancora all’insegna di un centrismo più o meno reazionario, più o meno liberale, a cui la relativa distanza dalla fine della guerra permetteva di non farsi prendere in giro dalla retorica di una guerra di liberazione vittoriosa.
Tedeschi si ritrovò invece nel pieno del cambiamento, il giro di boa degli anni Sessanta che per giustificare la svolta a sinistra doveva inventarsi l’impossibilità di un ricambio a destra e quindi bloccare il quadro politico con il moralismo antifascista, l’avversario come male assoluto. Ciò diede al Borghese un campo d’azione giornalistico ampio, ma al contempo fragile, perché lo costringeva, sul terreno della politica come su quello del costume, a farsi conservatore in un Paese dove non c’era più nulla da conservare, ma casomai tutto da rifondare. Di qui la retorica dell’ordine, la passione per le uniformi, la fiducia, naturalmente immotivata, nei servizi segreti… Lì dove Longanesi aveva fatto ancora a tempo a ritagliarsi un’Italia ottocentesca a propria immagine e somiglianza, Tedeschi si ritrovò a dover inseguire preti che si volevano sbarazzare della tonaca, ragazze che si volevano sbarazzare della verginità, borghesi che si vergognavano d’esser tali, militari felloni, impiegati frustrati. Invece di favorire, giornalisticamente, la dissoluzione e far esplodere le contraddizioni, provò a fare da Cassandra prima, da argine poi, da sponda politica infine. Fu un mesto declino.
Nella mostra torinese, il passaggio dai Cinquanta-Sessanta ai Settanta si vede nei soggetti immortalati. Diminuiscono i politici, più o meno ilari, più o meno grotteschi, più o meno funerei, entrano in scena manifestazioni e cortei, scontri e cariche, terrorismo, le didascalie come gli articoli si fanno più feroci, il piombo diventa anche una componente giornalistica.
Mario Tedeschi è morto nel 1993, a 81 anni. Fisicamente era un disegno di Longanesi: baffi a manubrio, un’allure da ufficiale di cavalleria appesantita dalla buona tavola.
In guerra aveva combattuto nella Decima, nell’immediato dopoguerra, se non ricordo male, aveva occupato la Rai per mandare in onda Faccetta nera… Fu un grande giornalista. Dimenticavo: Il Borghese esiste ancora: mensile, lo dirige Claudio Tedeschi, suo figlio. Il modo migliore per onorare un padre.
La mostra «Il fascino borghese della fotografia» sarà aperta sino al 16 novembre a Torino: per info 0115757507. Oggi all’omonimo convegno di presentazione a Palazzo Lascaris, alle 17,30, presenzieranno: Vittorio Feltri, Beppe Fossati, Paolo Longanesi, Ugo Nespolo, Marina Pizziolo e Dario Reteuna.