Laura, l’«adultera» sposata a un avo di De Sade

Laura era diventata brutta. Non era più la donna cantata nel Canzoniere, la visione assoluta che appariva presso acque chiare, fresche e dolci. Possiamo provare a immaginarcela: i «capei d’oro» un po’ ingrigiti, «l’angelico seno» ormai cadente. Non è un esercizio fatuo: perché è lo stesso Petrarca che ci testimonia l’imbruttirsi di Laura. È lui stesso infatti a parlarne nel Secretum, la sua opera più intima e privata, come testimonia il titolo, elaborata e riscritta più volte, prima e dopo la morte della donna amata, avvenuta nel 1348. L’opera è un dialogo immaginario con Sant’Agostino in cui il poeta mette a nudo la sua anima: parla della sua «accidia», del suo male di vivere, e della sua grande ossessione, quell’amore che, sebbene casto e purissimo, lo aveva traviato lungo vie oscure e dolorose, lo aveva condotto a «vaneggiare» «fra le vane speranze e ’l van dolore».
Ebbene, a un certo punto del Secretum, Sant’Agostino discorre col poeta della morte e gli ricorda che si muore un poco ogni giorno: Petrarca ben lo sa, perché ricorderà che anche «quel corpo bellissimo, stremato dalle malattie e dai frequenti parti, aveva perso gran parte del suo vigore di un tempo» («corpus illud egregium, morbis ac crebris partubus exhaustum, multum pristini vigoris amisit»). Laura imbruttita, Laura ammalata. Può sembrare strano solo a chi continui a coltivare l’idea che Laura fosse un puro simbolo, una finzione poetica. Idea che avevano anche alcuni vecchi amici del poeta, come Giacomo Colonna, che in una sua lettera parlava di «sospiri simulati», e riteneva che Laura non rappresentasse altro che il Lauro poetico, l’unica cosa che Petrarca amava veramente. Ma perché, anche in questo caso, non dovremmo credere al diretto interessato che, sempre nel Secretum, diceva l’esatto contrario, e cioè che egli amava il Lauro poetico proprio perché la sua donna si chiamava Laura?
E dunque ben ha fatto Almo Paita a intitolare il suo libro Laura e Petrarca (Rizzoli): in realtà una biografia a tutto tondo del poeta. Ma giustamente si dà rilievo a quel dato fondamentale, a un amore veritiero ma anche poetico. Non si dà contraddizione: perché Petrarca, come, dopo di lui, forse solo John Donne, ha voluto e saputo fondere perfettamente il quotidiano e il cosmico, l’effimero e l’assoluto, i dettagli delle piccole cose e il moto delle sfere celesti. Si pensi anche agli accenti straordinari di quella annotazione che il poeta scrisse in margine alla sua edizione di Virgilio, un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Ambrosiana, decorato Simone Martini. Il 19 maggio 1348 gli era arrivata per lettera la notizia della morte di Laura, avvenuta più di un mese prima. E sul manoscritto virgiliano scrisse una nota sobria: «Laura, che si distingueva per le sue proprie virtù, e che fu così tanto celebrata nelle mie poesie, apparve per la prima volta ai miei occhi sul principio della mia maturità, nell’anno del Signore 1327, il giorno 6 di aprile, all’ora prima, nella Chiesa di Santa Chiara ad Avignone; nella stessa città, nello stesso mese di aprile, nello stesso giorno sesto, alla stessa prima ora, nell’anno 1348, quella luce ci fu tolta mentre io mi trovavo a Verona, ignorando il mio fato. Provo una certa consolazione a scrivere questo amaro ricordo di un evento crudele...».
Sappiamo molto di Petrarca, che ha costruito la sua opera intorno alla sua biografia, e molto del suo amore per Laura, di cui egli parla anche nelle opere latine. Poco o nulla, invece, sappiamo della vita di Laura. Come ricorda Paita, l’ipotesi più accreditata la identifica con tale Laura De Noves: una donna sposata già da due anni quando Petrarca la vide ad Avignone. Quello cantato nella più famosa raccolta poetica della letteratura mondiale era, dunque, almeno in potenza, un amore adulterino. E, ironia della storia, l’uomo con cui Laura era sposata si chiamava Hugo De Sade. Un antenato diretto di quel divin Marchese che, nel Settecento, celebrò le gioie di amori poco angelicati e molto torbidi.