Laurent Imbert

Nacque nel 1796 in una famiglia molto povera di Marignane, alle Bocche del Rodano. Grazie all’appoggio del parroco potè studiare in collegio ad Aix-en-Provence (ma i libri se li pagava vendendo i rosari che confezionava da sé). Voleva fare il missionario e, dopo il diploma, entrò in seminario; poi, nel 1818, alle Missioni Estere di Parigi. L’anno seguente fu ordinato sacerdote e destinato alla Cina, dove rimase diversi anni. Nel 1837, fatto vescovo e vicario apostolico di Corea, riuscì a raggiungere in modo avventuroso Seul. Qui si diede a riorganizzare la comunità cristiana dispersa dalle intermittenti persecuzioni. Seguirono due anni difficilissimi, aggravati dal clima e dalla salute malferma. Nel 1839 la precaria tregua svanì e le cose si misero talmente male da costringerlo a nascondersi nel villaggio di Siong-Kim. Non durò molto perché un infiltrato lo denunciò alle autorità. Arrestato e riportato nella capitale, l’Imbert fu a lungo torturato perché rivelasse i nomi degli altri cristiani. Alla fine venne condannato a morte e portato sulla riva del fiume Han-gang, poco lontano da Seul. Qui trovò altri due condannati, i missionari europei Pierre-Philibert Maubant e Jacques Chastan. I tre vennero finiti a colpi di spada e lasciati lì. Solo dopo tre giorni furono approssimativamente sepolti in una buca scavata nello stesso punto dell’esecuzione. Circa un mese dopo, alcuni cristiani locali riuscirono a prendere i corpi e a portarli sul monte No-Kou. Solo nel 1898, a situazione mutata, li si potè tumulare nella cattedrale di Seul. I tre sono stati canonizzati nel 1984.
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