Laurenti: "Io valgo un quinto di Paolo"

L’eterna spalla: "La mia filosofia? L’amore muove tutto, il trapasso è trasformazione"

Basta mezz’ora tra le quinte di Sanremo per desiderare la clausura per il resto della vita. Fuori dall’Ariston starnazzano le ragazzine in attesa degli idoli canori. Nella hall c’è ressa perché gli addetti per farti entrare vogliono anche sapere chi è tua nonna. Quando poi raggiungi la sala del teatro, piombi in inferno. I riflettori sparano luci, gli altoparlanti suoni, sul palco i cantanti provano a squarciagola le canzoni per l’ultima serata.

Grazie a Dio, appare subito Luca Laurenti, seguito dalla moglie Raffaella che è la sua ombra. «Tojamoce da sta’ caciara», dice e mi invita nel suo camerino. Ecco dunque, al quinto giorno di stress, la spalla di Paolo Bonolis, quello che fa il tonto, tutto risatine, saltelli e gridolini di meraviglia.

«C’è o ci fa?», chiedo a Laurenti appena sistemati in una specie di cripta, con due sedie e i resti di un pranzo che non gli invidio.

«So’ proprio così di mio», dice. In effetti, parla e gesticola come quando beve il caffè Lavazza in paradiso. Stessa voce nasale, frasi lasciate a metà e aria di chi cade dal banano. «Quando canto c’ho un vocione. Quando parlo un vocino. La gente se mette a ride’ per la differenza. È come essere in due, io e il sosia. Ma non sono costruito», assicura e Raffaella, che in mancanza di suppellettili è seduta su una sporgenza, annuisce.

«Vederla, è stare a teatro», dico.

«Facevo l’animatore delle feste dei regazzini. Quando aprivano la porta, genitori mi fissavano non capendo chi fossi. “So’ quello da’ festa”, dicevo e quelli, ancora più increduli, si guardavano tra loro. Cor tempo c’ho fatto er callo», dice e, anche qui, non capisco se c’è o ci fa. Solo a metà intervista, mi convinco che Laurenti è esattamente così come lo vedi, uno e bino, uguale nella vita e sulla scena.

«È da vent’anni a Milano, ma sprizza romanità da tutti i pori», osservo.

«Pure se fossi in Congo, l'accento mi resta. In venti anni non sono cambiato affatto a livello di software». Software sta per cervello. Abituatevi al linguaggio laurenziano: un misto di allegorie, termini scientifici e metafisica.

«Racconti di sé».

«Nato dalle parti della basilica di San Pietro, quartiere Aurelio. Papà era direttore di filiale al Banco di Santo Spirito. Mamma era...».

«Era... morti?».

«Papà è dall'altra parte. Mamma è con noi. Io non credo nella morte. L’Aldilà è quello diviso da noi dal velo dell’elettromagnetismo (o una cosa del genere, non ho ben afferrato, ndr). Noi siamo un frutto energetico. Quando andiamo via (moriamo, ndr), in realtà ci trasformiamo», dice con la serietà di chi afferma una convinzione assoluta.

«Diceva di sua mamma?».

«Un’artista. Stava a casa, scriveva canzoni, io le cantavo. Facevamo tutto a livello condominiale», dice e accavalla le gambe. Ha jeans lisi al ginocchio, una giacca di velluto blu, camicia bianca aperta. Laurenti, 45 anni, ha capelli nerissimi e dimostra dieci anni di meno. Se ci metti gesti e voce, non va oltre la pubertà.

«Che studi ha fatto?».

«Il Classico, ma avevo una pagella che era una schedina senza X: 1,2. Così, ho provato lo Scientifico. Resecato pure lì. Per evitare di sposarmi a scuola, ho fatto due volte due anni in uno».

«Ha preso il diploma?»

«Sì. Quando sono andato a vedere i quadri, non ho visto il mio nome. Avevo scambiato scuola. Ero passato da quella del corso di recupero, anziché da quella dell’esame».

«Svampito com’è, avrà rinunciato all’università».

«C’ho provato. Ero a Londra a fare il lavapiatti e ho chiesto per telefono a mia sorella di iscrivermi. Ho scelto Legge a caso. Torno e frequento Diritto romano di cui avevo comprato il testo. Dopo un mese mi accorgo che stavo invece seguendo il corso di Diritto privato. “A Lù – mi sono detto – perché vuoi sta’ all’università parcheggiato come n’a bicicletta?” e ho piantato lì».

«E che ha fatto?».

«Piano bar. Portavo gli strumenti, li montavo e cantavo. Ero l’orchestra e la voce».

«Com’è finito in tv?».

«Gianni Ippoliti era cliente della banca di papà. “Tuo figlio che fa?”, gli ha chiesto. Così e così. Mi invita a fare un provino tv a Gbr. “Tu’ fijo è un personaggio”, ha detto poi a papà. Prima però di decidermi per la tv c’ho pensato tre mesi», dice e si accende la prima Marlboro di dieci.

«Nel ’91, l'incontro con Bonolis. Colpo di fulmine?».

«Un colpo. Sono andato a Milano. Non mi ero mai mosso da Roma. Stavo sempre in casa a suonare il piano. Un trauma benedetto. Coi traumi si cresce».

«Insieme da 18 anni. Cosa vi lega?».

«Siamo sulla stessa onda comica. Ridiamo per le stesse cose».

«La differenza tra voi?».

«Per natura, non faccio paragoni. Se analizzi, perdi l’insieme. Lui è così, io sono così, andiamo bene così».

«Dopo tanti anni, lei continua a essere definito la “spalla”. Non le secca?».

«Ognuno me vede come vuole. Tanto che ne sa come sono io. Mica so’ ’na lastra».

«Si considera subordinato a Bonolis?».

«So solo che il lavoro suo non lo saprei fa’. Lui costruisce edifici e assume responsabilità. Io mi diverto di più se entro nel suo lavoro, dico du’ str...zate, canto e suono. Se dovessi pensare a cose da commercialista non mi divertirei più».

«Canta da dio. Mai pensato di mettersi in proprio?».

«So’ anni che faccio da me. Ho prodotto un albo de’ canzoni. Nessuno lo sa, perché il distributore non ha fatto il suo mestiere».

«Teme di perdere Bonolis, mettendosi da solo?».

«Se faccio un disco, non toglie niente al mio rapporto con Paolo. È come se lui scrivesse un libro. Mica ce cambia a noi». A questo punto, lo chiamano: un Tg Rai lo aspetta. Luca si incappia e dice con fermezza: «Ho questo impegno (io, ndr) e lo porto a termine. Non sono Padre Pio (che era ubiquo, ndr)».

Lei ha due, tre passioni che ammanta di filosofia...
«Perché due, tre? Ho molti più neuroni. Dopo avermi dato della spalla, ora mi tratta da trineuronico?».

La prima è il nudismo.
«Non sa che se perde chi non fa’ il bagno nudo. Senti sulla pelle tutti i sapori e odori del mare. Col costume è come farlo dentro ’na busta de’ plastica. Nasciamo col pisellino de’ fuori, mica cor cappotto di Armani».

È per l'adulterio.
«Ho una visione dell'amore. Faccio due esempi. Entro e vedo mia moglie a letto con un altro. Scatta la gelosia e uccido. Oppure, capisco che a mia moglie piace e condivido il suo piacere. Invece de strillà, me tolgo le mutande e mi ci metto pure io. Il primo atteggiamento genera violenza. Il secondo moltiplica l’amore. Io rispetto il piacere dell’altro. Sono il suo trampolino qualsiasi scelta faccia. Vuoi andare in America, vai. Vuoi fare l’amore, fai».

Ma il coniugio va a ramengo.
«Il progetto comune resta intatto. Io, Raffaella me la risposo cento volte. Nulla ci separa. Non queste str...zate. Il nostro rapporto non è basato sul c...zo». Interviene Raffaella che dice: «Siamo le due metà della mela».

Lei ha definito l’orgasmo un frammento del Paradiso perduto.
«Siamo esseri di luce. Con l’orgasmo ti riconnetti all’uno. Se non hai gli orgasmi, sei più nel buio che nella luce».

Ha detto: «Il mio Padreterno non è nei cieli ma ovunque».
«Padreterno che sei ovunque è la versione aramaica della Bibbia. A noi, c’hanno informato male».

Filosofo in vesti di comico, o viceversa?
«Sono un condominio dai mille aspetti. L’amore è il motore di tutto. Sto bene se mi unisco agli altri, non se mi divido».

Crede nella metempsicosi.
«Quando la macchina si ferma, la portiamo dallo sfasciacarrozze. È il funerale. L’uomo però non è la macchina, ma chi la guida. Resta intatta la sua energia e il software si incarna di nuovo».

Qual è la sua religione?
«Vado oltre. Dietro ogni religione c’è un’unica cosa: la luce. Le religioni sono la fetta, la luce è la torta. Lo dice la teoria quantistica. Se prendo la fetta, limito. L’uno è il tutto, diviso si sminuisce».

La sua droga – ha detto – sono i libri.
«La droga è la conoscenza. Ma non credo nella specializzazione. Con quella hai il raggio della ruota, ma ti perdi la ruota».

La supplico: torni tra noi. Cosa legge?
«Libri di biologia e di fisica quantistica. Decrittano la religione. Poi, Bibbia e Vangeli, sinottici e apocrifi. Ma non mi fermo alle parole».

Bonolis, per Sanremo, prende un milione di euro. Lei?
«Lavoro dietro le quinte. Sono la quinta musicale di Bonolis. Prendo un quinto di Bonolis: 200 mila euro».

Cos’è politicamente?
«Sono uscito dai falsi opposti. Ho scelto la terza via: non voto. Molte leggi sono di testa, ma non vedo il cuore. Dividono, anziché unire. Nei partiti il cuore non parla mai».

Il politico che più le piace?
«Dio, ovvero l’Energia. È lui che governa il mondo».

Oltre al subire un’intervista, qual è la cosa più irritante sulla faccia della Terra?
«La metonimia della disinformazione...».

Era l’ultima domanda. Sia spiritoso.
«È una vita che dico c...zate. Una volta che voglio essere serio me devi pure frustrà!».

Saluto e uscendo inciampo malamente. Laurenti urla atterrito: «Ao’, dopo tutto sto lavoro nun te sfracellà, che poi non scrivi».