Il lavoro nobilita anche la scrittura

Una nuova biografia ci rivela un Kafka impiegato modello che
trasformava le cause in romanzo Ma anche altri autori, come Ahmes,
Orazio e Gogol’, fecero della loro professione fonte di ispirazione

Dopo un apprendistato alle Assicurazioni Generali triestine, sede di Praga, Franz Kafka passò all’Istituto di Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro del Regno di Boemia, il più importante dell’impero. Un incarico legale (si era laureato in materie giuridiche alla Karlsuniversität) che durò dal 1908 al 1922, due anni prima che la tubercolosi lo portasse alla tomba. È un dato biografico noto, anche perché l’autore della Metamorfosi non si stanca di lagnarsi per un impegno da travet (per di più, secondo lui, sottopagato) che tarpava le ali alla vocazione d’arte. Meno noto è il fatto che la penna con cui Franz disegnava i ghirigori psichici e gli incubi onirici del suo Castello e del suo Processo era la medesima con cui stilava, sulla scrivania d’ufficio, le relazioni e le perizie.

Mancava, a fare un po’ più di luce, un tassello dell’opera omnia, che è adesso disponibile: la traduzione, chiosata, dei suoi testi professionali più significativi, disponibili in Franz Kafka: The Office Writings (Princeton University Press). Secondo i curatori (due germanisti, Stanley Corngold e Benno Wagner, opportunamente affiancati da un accademico di legge, Jack Greenberg) c’era completa osmosi tra l’impiegato Kafka (tutto meno che un passacarte, un quadro alto, ferratissimo in problematiche di sicurezza sul lavoro, ghostwriter dei dirigenti) e il rapsodo delle allucinazioni, il cantore delle enigmatiche muraglie serrate sulla solitudine autistica dell’individuo moderno. I sofismi e i paradossi della burocrazia assicurativa, per cui presentare un ricorso equivaleva a perderlo, erano l’acido tessuto per gli angoscianti arazzi del narratore. Se la casistica d’ufficio alimentava la vena fantastica, il talento dell’autore dava smalto alla stesura di pratiche e scartoffie. Un lavoro a ciclo ininterrotto, abilità produttive che si nobilitavano a vicenda, un modello impiegatizio che avrebbe fatto felice il ministro Brunetta, il castigafannulloni.

Un caso tutt’altro che isolato. Sul papiro Rhind, risalente al 1650 a.C., Ahmes, uno scriba egizio (l’antenato degli impiegati statali) vergò un problema che è uno dei più antichi testi di matematica applicata. «In una proprietà ci sono 7 case. In ogni casa ci sono 7 gatti. Ogni gatto acchiappa 7 topi. Ogni topo mangia 7 spighe. Ogni spiga dà 7 heqat di grano. Quante cose ci sono in tutto, in questa storia?». Non sappiamo se il ministeriale del faraone rubasse minuti all’ufficio, per dilettarsi con calcoli che implicano l’uso di potenze, di esponenti e di operazioni aritmetiche, ma così averne di impiegati di tal fatta, che travasano nel tempo libero le competenze contabili dell’archivio e del magazzino.

Funzionario un po’ meno impeccabile era il principe della lirica latina, Orazio, che se la sfangava come scriba quaestorius, segretario di un politico, arrotondando con qualche comparsata in tribunale: ma di malavoglia, frignando per il disturbo di recarsi al foro (in ufficio) anche quando a Roma tirava vento e lui, epicureo, avrebbe preferito far flanella a casa sua, in compagnia dei classici greci. Lasciò la scrivania senza rimpianti, quando un amico, Mecenate, lo foraggiò con un podere e annesso casale. Ma la pratica del pubblico, acquisita sul lavoro, gli dettò gli squisiti bozzetti umani delle sue Satire.
Siamo informati su fatti e misfatti della vita dei Cesari perché un burocrate di livello, un magister epistolarum (segretario addetto alla corrispondenza politica) dell’imperatore Traiano, dopo il lavoro non riponeva nel cassetto le sue chiavi personali dell’archivio senatorio. Anzi, faceva gli straordinari tra editti, trattati e carte di Stato. Si chiamava Svetonio, e ci ha lasciato il più fragoroso e documentato gossip dell’epoca d’oro di Roma.

Niccolò Machiavelli, Segretario per anni della Signoria fiorentina, era così attaccato al suo lavoro d’ufficio, che anche quando i rovesci politici lo trasformarono in disoccupato di lusso, non rinunciò all’impegno. Come narra in una lettera all’amico Francesco Vettori, l’ex-impiegato si organizzò uno «scrittoio» (uno studio) tra le proprie pareti e, vestiti i «panni reali e curiali» (il colletto bianco e la cravatta dell’impiegato modello) cercava il contatto non con gli ambasciatori e i portaborse che affollavano il suo ufficio di un tempo, tanto rimpianto, ma con i fantasmi degli uomini antichi, che gli svelavano di che lacrime e di che sangue grondasse lo scettro dei potenti. E così, pagina dopo pagina, scriveva il suo Principe, una pratica memorabile che non avrebbe mai potuto sbrigare, se non avesse occupato in giorni più felici il suo ambiente di lavoro a Palazzo Vecchio.

Nella Roma papalina si arrabattava il contabile di concetto Giuseppe Gioachino Belli, segretario, precettore e poi in forze all’Ufficio del Bollo e Registro. Impiegato per la busta paga, ma poeta in pectore, deve averne conosciuta, e studiata, tanta di varia e bassa umanità al suo sportello, di romanesca plebe, per raccontarne in oltre duemila sonetti, capolavoro del vernacolo, «la lingua, i concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni», maturando la convinzione che la vita dell’uomo, abbozzata nei nove mesi di «puzza» della gravidanza, sia candidata al quotidiano martirio, fino allo sbocco forzato dell’inferno. Forse tale gli appariva il suo ufficio: proprio come a Kafka, che in una lettera del 1913 a Felice Bauer definisce con quel termine lo spazio intorno alla sua scrivania, un «luogo di terrore». Salvo poi farne il fulcro della musa poetica.

Negli anni del Belli, Vittorio Bersezio regalava alle scene torinesi Monsù Travet, l’archetipo di ogni povero cristo delle mezze maniche e degli scartafacci polverosi, dannato a fare da zerbino ai superiori. Una specie di fatalistica disposizione naturale che in tempi più vicini è maturata nell’epopea fantozziana del mitico ragioniere catapultato da Paolo Villaggio (lui stesso in pianta alla contabilità della Cosider) sulla pagina scritta e poi sullo schermo. Lo stampo indimenticabile è il modesto funzionario Akakij Akakievic, miserabile e sublime antieroe del Cappotto di Nikolaj Vasil’evic Gogol’, che prima di essere padre della letteratura russa («siamo tutti usciti da Cappotto di Gogol’» confessò Dostoevskij), si era arruolato nella burocrazia zarista, registrando con amarezza tragica e sarcastica le assurdità del sistema, l’inconsistenza umana delle gerarchie, la totale piattezza dei dirigenti in quel mondo fasullo. L’ufficio come metafora del mondo: ma solo quando l’impiegato d’eccezione è, per passione profonda e ispirata, un creatore.