Lawrence Osborne cerca l’«altrove» incontaminato

Partito alla volta di Papua Nuova Guinea, in «Il turista nudo» narra un sogno infranto fra tour operator, tsunami e cliniche

Aveva ragione Baudelaire ne Lo Spleen di Parigi: «a me sembra che starei meglio dove non sono e di questa questione del movimento discuto incessantemente con la mia anima». Viaggiare. Mito dell’uomo moderno e simbolo della sua insoddisfazione cronica. Si comincia da piccoli. Con la tv istruttiva di Piero Angela e dei pierangelini, i bambini di oggi sanno tutto sull’ornitorinco e il capibara, ma non hanno mai visto una gallina o una capra. Salgàri non si mosse da casa sua ma, con la fantasia, ha fatto spostare intere generazioni nel tempo e nello spazio: nel che consiste il viaggio perfetto.
Il fatto è che viaggiare è come fare all’amore: perché riesca bene si deve usare la testa. Ma, paradossalmente, oggi che spostarsi è diventato infinitamente più semplice, il vero viaggiatore - ammesso che esista ancora - non sa più dove andare. Dove se, visitato un qualsiasi duty free, li si è visti tutti? Se nella foresta amazzonica (o in quel che ne rimane), magari da qualche parte ci sono ancora delle teste umane impalate nel fiume, ma già incalzano minacciose, eleganti signore con cappellini e parasole?
Il viaggio è diventato in modo ancor più manifesto una categoria dello spirito, un prodotto della mente. Si può viaggiare e andare lontano nuotando a testa sotto nelle acque di casa. Mentre si può essere perseguitati dalle acque di casa, come quando, al Circolo polare artico, m’han dato per cena pomodori di Pachino e spaghetti al pesto... Tutto questo lo sa benissimo Lawrence Osborne, giornalista e scrittore americano che, con ironia e arguzia, ha raccontato la sua missione impossibile di contemporaneo: compiere un viaggio vero alla ricerca di un altrove incontaminato. Lo ha fatto nel volume Il turista nudo (Adelphi, pagg. 272, euro 19, traduzione di Matteo Codignola), fedele radiografia di una parte delle nevrosi di oggi e, al tempo, brillante analisi di un’economia globale la quale vedrà presto nell’industria turistica il più alto fatturato al mondo.
Intanto, cosa distingue il viaggiatore dal turista? La disponibilità di tempo. «Mentre dopo qualche settimana, o al massimo qualche mese, il turista si precipita a casa - scrive Paul Bowles - il viaggiatore non ha una vera casa cui tornare, quindi si prende il tempo di cui ha bisogno, e resta fuori, a volte, per anni». Questo restringe parecchio il campo, visto che, a dispetto del prolungarsi della vita umana, il tempo è oggi di gran lunga la risorsa più rara e preziosa. Resta sempre però il fatto che, per quanto lontano si vada, prima o poi, si troverà al varco un tour operator che, con il suo tocco di Mida all’incontrario, trasformerà il viaggiatore in un turista.
Osborne lo sa e, consapevole della sconfitta, combatte lo stesso orgogliosamente la sua guerra. La strategia è semplice e il metodo induttivo. Fatta una perlustrazione tragica ed esilarante sui maggiori siti Internet di viaggi e anche su quelli più «specializzati», l’autore individua la meta: la selvaggia isola di Papua Nuova Guinea (non a caso un luogo in cui - come documentato in un bel libro fotografico - va periodicamente a ricrearsi lo spirito lo psichiatra Vittorino Andreoli).
Il nostro, però, vi arriverà per gradi, attraverso una sorta di progressione catartica. Da Dubai, sempre più simile a una Las Vegas degli sceicchi, si sposterà sulle isole Andàmane, nel Golfo del Bengala, devastate dallo tsunami e ora prossime a essere ricostruite come le Maldive. Quindi sarà la volta di una Thailandia surreale, l’«Edonopoli» dove, grazie a cliniche a buon mercato, intende «risistemarsi i denti, la pelle, i reni, il sistema endocrino, gli occhi, le unghie, i capelli, i piedi, gli intestini, le ossa, la malinconia e l’anima»...
Al termine del viaggio Lawrence si ritrova nudo, coperto di farfalle nel pieno di un’orgia tribale. Felice, pur se consapevole d’essere rimasto un turista, poiché ha capito che viaggiare bisogna. Non se ne può fare a meno.