L'economista kenyota: "Dannosi gli aiuti umanitari all’Africa"

L’economista James Shikwati spiega perché le
ingenti somme destinate dall’Occidente al Continente nero generano solo
una dipendenza passiva

Matteo Fraschini Koffi

«Chi vuole aiutare l’Africa non deve darle soldi». James Shikwati ha 36 anni ed è considerato uno dei più brillanti economisti africani. È cresciuto in Kenya e sei anni fa ha creato a Nairobi l’Istituto Inter Region Economic Network. Le sue tesi sono un pugno nello stomaco. Quasi un’eresia. Lui parla di rivoluzione copernicana del problema Africa. Meno carità e più responsabilità. Anzi, più libertà.

Professor Shikwati, il G8 sta per aumentare gli aiuti per lo sviluppo dell'Africa…
«Per l’amor di Dio, per favore fermateli».

È sicuro?
«Certo, io voglio bene alla mia terra. Vengono finanziate le enormi burocrazie (con i soldi degli aiuti), la corruzione e la compiacenza sono promosse, gli africani imparano a essere mendicanti e non a essere indipendenti».

In che modo gli aiuti umanitari stanno rovinando l'Africa?
«Gli aiuti umanitari dei Paesi stranieri tendono a promuovere di più la volontà del Paese donatore, rispetto ai bisogni del beneficiario. Per esempio: invece di cercare mais o grano nelle nazioni africane che possono averne un surplus, i Paesi donatori hanno preferito importare cibo dall'Europa e dagli Stati Uniti, mettendo in pericolo il bilancio della produttività agricola in Africa. Gli aiuti umanitari, specialmente riguardo al cibo, sono inoltre noti per rovinare le diete abituali dei beneficiari, forzandoli a concentrarsi sulla produzione di prodotti esotici, invece di valorizzare i prodotti locali. Gli aiuti umanitari, inoltre, portano alla sindrome della dipendenza che è una tra le cause principali del peggioramento di una qualsiasi crisi. I finanziamenti esteri hanno generato una mentalità pigra che non invoglia i leader africani a pianificare e anticipare i disastri, poiché è ormai naturale pensare che gli aiuti umanitari saranno sempre pronti a risolvere i nostri problemi».

In che cosa consiste la dipendenza dagli aiuti?
«La dipendenza dagli aiuti non riguarda solo ciò che uno si aspetta dall’estero, ma si estende fino alle statistiche che i Paesi donatori usano per determinare chi deve ricevere aiuto e quanto. Come la corrente iniziativa del Millennium Development Goals. Saranno solo i Paesi industrializzati a ricavarne qualcosa. Per i Paesi africani, e altri in giro per il mondo, aspettare che l’Onu ci insegni quali sono le strategie che dobbiamo adottare e poi sentirci dire che solo con i finanziamenti esteri si possono raggiungere gli obiettivi da loro imposti, è un indicatore chiaro che noi non soffriamo solo di dipendenza, ma ci viene anche distrutta la possibilità di prendere iniziative».

La dipendenza è il frutto di quale processo?
«Ci sono due possibilità: i Paesi che ci colonizzarono, trattarono l’Africa come se fosse nata quando iniziò la colonizzazione. I successi storici africani del passato sono mal visti da queste istituzioni occidentali che considerano la loro cultura più antica della nostra. La seconda ragione riguarda appunto gli aiuti umanitari: agli africani è letteralmente insegnato cos’è lo sviluppo, e cosa c’è da aspettarsi da una società avanzata, e gli aiuti non fanno che aggravare tale processo. In questo modo, le popolazioni africane, come il cane di Pavlov, cominciano a sbavare appena la campanella degli aiuti inizia a suonare».

In che modo i governi africani sfruttano gli aiuti umanitari?
«Il governo keniota, e altri governi africani, continuano a sfruttare i soldi dei Paesi donatori, permettendosi di non curarsi della responsabilità che hanno nei confronti dei cittadini, riguardo specialmente alla messa in atto di una seria agenda di sviluppo per il Paese. Come risultato, dobbiamo infatti attuare agende di sviluppo stilate all’estero. In quarantacinque anni di indipendenza, i governi africani non hanno ancora schemi precisi in relazione alle policy economiche che permetterebbero agli uomini d’affari africani di agire e competere a livello mondiale. Il settore privato keniota, attraverso contratti governativi, si è affidato soprattutto alle ondate dei finanziamenti esteri per la propria sopravvivenza, mentre altri Paesi africani come la Nigeria e la Repubblica democratica del Congo, per dirne alcuni, non sono stati capaci di sfruttare le loro vastissime ricchezze, per diminuire il livello di povertà dei propri cittadini; invece hanno fatto pressione per essere considerati tra le più povere nazioni al mondo di modo da meritarsi ulteriori aiuti economici».

Lei crede che il libero mercato sia la soluzione ai problemi africani?
«Gli africani possono sfruttare il loro passato coloniale per ricreare un’Africa come loro la vogliono, invece di come la vogliono i Paesi donatori. Gli Stati africani devono smontare le loro barriere commerciali, e permettere agli uomini d’affari africani di muoversi nel continente liberamente, fare pressione per l’accumulo di capitale, e usare il mercato africano per sfruttare le vaste risorse naturali e creare benessere. Il libero mercato all’interno del nostro continente è la via principale per reinventare un’Africa che per più di sessant’anni si è concentrata troppo sui bisogni degli Stati Uniti e dell'Europa».