LEDDA Difesa di un parricida

Lo scrittore sardo nel romanzo «Padre padrone», del 1975, raccontò la vita di un ragazzo pastore che lascia l’ovile e sceglie lo studio. E ribellandosi diventa uomo

In genere le grandi autobiografie contadine sono state scritte da uomini che, sin da giovani, si sono sottratti alle loro origini rurali. Sono ricordi d’infanzia: penso alle memorie di Thomas Platter (XVI secolo), di Coignet, di Rétif e di Jameray-Duval (XVIII secolo). E Padre padrone di Gavino Ledda (uscito da Feltrinelli nel 1975) non fa eccezione alla regola. Un pastorello sardo, nato nel 1938, che parla solo la lingua dialettale della sua isola ed è analfabeta, a vent’anni, grazie al servizio militare e al suo ingegno, riesce a imparare l’italiano e a laurearsi in lettere. Per alcuni anni insegna linguistica sarda all’Università di Sassari. Ritorno alle origini da una cattedra... Il libro ci descrive la sua vita dai cinque ai vent’anni.
Una vita perlopiù solitaria dai sei anni in poi, durante la quale dovrà prima di tutto imparare, per volontà di un padre competente, ma troppo autoritario (persino per il suo paese), i gesti dell’allevamento e dell’agricoltura. Riconoscere la quercia da sughero e il torrente che delimitano la modesta proprietà paterna, governare un gregge e mungere le pecore senza farne cadere gli escrementi nel secchio del latte, allenarsi sin da piccolo ad allontanare i banditi, lavorare, debbiare e zappare la vigna o mietere il grano. Educazione a suon di colpi di randello (cieco) e di discorsi paterni (illuminati).
Educazione anche sentimentale: i pastori sardi, a differenza di quelli di Virgilio, sembrano ignorare l’omosessualità, ma, a parte questo, che ampia gamma di comportamenti! Rapporti con somari, capre o galline sui quali il libro non risparmia alcun dettaglio; accanita masturbazione «fino al reggimento»; focosa passione coniugale; adulterio delle donne dei pastori, delle giovani domestiche con i notabili, promossi da Ledda al rango poco glorioso di capri espiatori...
Ma anche sociologia di paese: come nelle Memorie del contadino-assassino normanno Pierre Rivière, pubblicate qualche anno fa da Michel Foucault e dalla sua équipe, preti e signori si vedono poco in questo scorcio di vita quotidiana. Un mondo quasi esclusivamente contadino, pastorale... Il cattolicesimo sardo del posto (ma dovremmo forse attribuirlo al carattere necessariamente parziale della testimonianza di Ledda?), non sembra affatto centrato sulla spiritualità o sull’aldilà. Funge piuttosto da parafulmine sacro contro le cavallette o la siccità, combattute a suon di spruzzate di acqua santa e processioni. Quanto ai nobili e ai ricchi, per il padre-padrone di Gavino Ledda, sociologo a tempo perso, diventano il pretesto per definire le sue vedute sulla lotta di classe. Ci sono gli agnelli e i leoni. Il problema dell’agnello è diventare leone... Nel libro, la vera differenza è fra pastori (che di certo non conducono la vita sognata, ma almeno sono padroni del proprio gregge) e braccianti. Separazione simboleggiata dal cibo: pane bianco o leggermente grigio per i padroni, pane nero per i lavoratori, pane di crusca per i cani. Il vecchio agronomo Olivier de Serres era già ricorso al sistema «dei tre pani» per descrivere i contadini del Sud della Francia, nel XVI secolo. Quattrocento anni dopo, in Sardegna, esistono ancora queste discriminazioni alimentari.
La cultura? Potrebbe essere rapportata a un folklore da canzoni di gesta: si celebrano vecchie storie di vendette fra pastori del XIX secolo. Travestiti da una maschera carnevalesca, uccidono il nemico per poi essere uccisi dai famigliari dell’ennesimo morto. Ledda naturalmente analizza un caso locale, ma, di fatto, descrive tutta la civiltà «vendicativa» delle grandi isole del Mediterraneo occidentale, come la Corsica, la Sicilia e la Sardegna. E poi vengono le canzoni: il bambino sardo impara, sin da piccolo, il canto amoroso e l’adulto la lamentazione funebre e musicale (il lamentu corso).
Andare via? Non avrebbe avuto senso cent’anni fa. Non si lasciava la brutale Sardegna, nemmeno da morti, ma la si tramandava, da una generazione all’altra. Solo negli anni Cinquanta, le prospettive di emigrare segnano la fine della vecchia civiltà pastorale: imbarco per l’America, l'Australia; e poi, più vicino, meno lacerante, per la Germania o l’Olanda.
Dopo una mancata partenza in Olanda dove si prospettava un lavoro mitico da minatore, Ledda sceglie il servizio militare. E ancor prima di essere richiamato, si arruola volontario. E qui comincia l’apprendimento forsennato di questo giovane promettente, che assorbe tutti gli elementi della cultura italiana di cui sono portatori i suoi servizievoli commilitoni. A cominciare naturalmente dalla lingua nazionale e dall’alfabetizzazione. E poi latino, greco (ebbene sì) e radiotecnica. Per Ledda, l’esercito è un secondo padre, non necessariamente migliore, ma sicuramente più dolce ed emancipatore del suo padre biologico.
E si torna sempre lì, al padre. Leggendo il libro, è impossibile non odiarlo e amarlo insieme, maestro della vangatura e del manrovescio pesante. Personaggio odioso, ma lavoratore, e tragico... Un film tratto dal libro ha ulteriormente offuscato il ritratto di questo patriarca, senza necessità evidente. Ledda padre, appartiene a quella razza che in settemila o ottomila anni ha costruito la Sardegna della pastorizia, con le sue transumanze, le sue coltivazioni di oliveti a terrazza... La scomparsa dell’ulivo sardo coincide purtroppo con l’arrivo della civiltà moderna e la gelata dell’inverno del 1956 fa morire le piantagioni che il padre Ledda aveva amorevolmente coltivato. Accanto all’eroe paterno, la figura della madre passa in secondo piano, quella tenera madre occupata a educare le sue galline e a spidocchiare, spulciare, cambiare e lavare il suo marmocchio. Una modernità già igienica, che contrasta con l’arcaismo insulare. Per Gavino Ledda, il padre è un contadino come tanti, e come tanti si conforma al modello di paterfamilias proposto dalla borghesia. E, in questo libro eccellente, ritroviamo l’influenza di quella vulgata marxista-populista che, poco tempo dopo, ha travolto buona parte della cultura italiana, che ha sostituito il diavolo della controriforma, pur così affascinante con le sue corna e il piede biforcuto, con lo spettro onnipresente dell’idra borghese e capitalista. Mi chiedo se, in fin dei conti, l’equazione del Padre Padrone non vada capovolta: i pastori sardi in particolare, e quelli mediterranei in generale, esistono da almeno ottomila anni. Non hanno copiato la borghesia. Sono molto più antichi. Uomini primitivi del Mediterraneo neolitico, poi modernizzante, sopravvivono a tutti i poteri che hanno generato e che li hanno dominati, borghesia compresa; «immutabili come Dio e ostinati perpetuatori», difendono strenuamente l’archetipo di un modello patriarcale.
*storico francese