Elisabetta Sgarbi: "Eco feroce, beffardo, geniale. Il Nobel? Ci speravamo più noi"

Elisabetta Sgarbi, quando ha conosciuto Eco, e come?

«Sono arrivata in Bompiani, facevo l'ufficio stampa. E lui era già il professore Eco, era già l'autore del Nome della rosa. Era già tradotto in tutto il mondo. Mario Andreose lo seguiva in Bompiani, gelosamente. Abbiamo lavorato insieme 25 anni».

Cosa ha significato lavorare con lui?

«Umberto sapeva essere feroce, aveva una ironia beffarda. Individuava l'errore e stigmatizzava la superficialità di noi editori. Non ha mai fatto sconti, soprattutto alle persone con cui lavorava di più. Però ascoltarlo era stupefacente, era capace di raccogliere in un discorso millenni di storia, di dare un senso nuovo, diverso e vitale alla letteratura, alla storia, all'arte. Rendeva tutto qualcosa di estremamente vicino a noi».

Il libro o il progetto più bello che avete fatto insieme?

«Alla Bompiani, con Mario Andreose, poi anche con Annamaria Lorusso, i libri sono stati davvero molti. Ma era la continuità del legame che rendeva il rapporto tra lui e i suoi editori speciale, o meglio normalissimo. Eco chiedeva molto ai suoi editori, ma lui dava molto».

Cosa le piaceva di più e di meno di lui?

«Il gesto che ha fatto, nel lasciare la Bompiani, e fondare insieme a noi La nave di Teseo, è stato un gesto straordinario, in nome della pluralità, della concorrenza, del libero mercato nel mondo dei libri. Lo dico al Giornale, che so essere sensibile al tema e spesso si è scontrato con lui: la scelta di Eco non è stata contro la proprietà, ma a favore della pluralità. Se ci fosse stato Vendola, al posto di Marina Berlusconi - diceva - avrebbe fatto lo stesso gesto. Per il resto, di fronte a lui provavo soggezione. Ma a volte aveva dei gesti affettuosi, come un padre burbero col figliolo monello».

Aveva un'idea o un progetto che però non si è realizzato?

«La prossima Milanesiana. Avevamo condiviso il tema, aveva dato una quantità enorme di suggerimenti, di autori da invitare. Ecco, anche alla Milanesiana mancherà molto. E poi condividevamo una passione, L'ipocrita felice di Max Beerbohm».

È vero che sperava di vincere il Nobel?

«Lo speravamo noi. Lui non credo ci pensasse granché. Aveva troppo da fare».

Come sono stati per lui gli ultimi due anni di malattia?

«Ha sempre lavorato, fino all'ultimo libro, fino a fondare una nuova casa editrice. Non ci si renderà mai troppo conto dell'importanza e della complessità di questo gesto».Venerdì pubblicate Pape Satàn Aleppe.«Eco aveva dato il visto si stampi tre giorni fa. È una raccolta di saggi dal 2000 a oggi. Ci sono scritti su vari temi, sul rapporto tra vecchi e giovani, e altri argomenti di attualità».

Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Gio, 25/02/2016 - 11:59

Nel remunerativo nome della rosa la pensata di U. Eco fu quella di scimmiottare il linguaggio necessariamente strutturato, in ordine l'Altissimo, per esaltare l'invidia di classe che a volte alligna anche tra religiosi. Il successo editoriale fu pacchiano perché creava l'alibi ai BR, per cui ammazzare qualcuno non è un reato, basta prima accusarlo di fascismo. Visto il Nobel per la pace al guerrafondaio Obama, la cui coscienza gronda il sangue cristiano delle primavere arabe, ci si poteva aspettare anche quello ai libri-spazzatura, buoni per la ecologica, sottolineo ecologica, raccolta differenziata.