Legge Biagi, isolato l’asse Unione-Cgil

La festa del lavoro si celebra in un clima di farisaica unità sindacale. Le principali confederazioni saranno infatti solo formalmente unite nella piazza di Locri, ma, nel passaggio epocale dalla vecchia alla nuova dimensione del lavoro, esse appaiono divise da ragioni profonde che la buona politica deve saper fare emergere nell’interesse ultimo delle lavoratrici e dei lavoratori. La Cgil continua imperterrita a voler rappresentare un lavoro massificato e così costretto entro gli schemi ideologici di una classe omogenea del lavoro subordinato. Ne consegue ancora un approccio antagonistico nelle relazioni industriali ove l’impresa viene considerata come il luogo dell’inesorabile sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questa impostazione antistorica spiega l’ostilità preconcetta alla legge Biagi, la pretesa di ingabbiare la dialettica sociale attraverso una legislazione sulla rappresentatività sindacale, il rifiuto di ogni forma di scambio tra salario e flessibilità organizzativa.
Appare invece evidente a tutto il resto del mondo sindacale - dalla rinnovata Cisl di Bonanni, alla nuova Ugl di Renata Polverini, alla Uil e ad importanti confederazioni dei sindacati autonomi come la Confsal e la Cisal - che la ottusa conservazione delle vecchie politiche penalizza tanto l’impresa quanto i lavoratori. Ove più ove meno, si fa strada l’idea che l’Italia è in bilico tra una nuova stagione di benessere e un possibile declino. I più riconoscono che è prioritaria una politica di recupero della competitività quale si può produrre attraverso l’investimento nelle competenze delle persone, una più ampia inclusione nei circuiti di per se virtuosi del lavoro regolare, la modulazione flessibile delle forme organizzative della produzione per favorire l’adattabilità reciproca tra imprese e lavoratori. Questo significa proseguire - e non interrompere - l’azione di riforma delle Istituzioni rivolte all’educazione, alla formazione permanente e al mercato del lavoro quali vie maestre per sconfiggere l’abbandono scolastico, l’analfabetismo di ritorno, il lavoro nero e l’esclusione sociale. Non è un caso che già sia emersa una diretta polemica sulla legge Biagi tra il segretario della Cgil e il nuovo leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che peraltro è stato il diretto negoziatore della riforma del lavoro e del Patto per l’Italia. Bonanni vuole evidentemente completare quel percorso, piuttosto che percorrerlo a ritroso, attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali ed il loro collegamento con la Borsa del lavoro, i nuovi servizi all’impiego e i fondi bilaterali per la formazione continua. La tutela delle fasce più deboli del mercato del lavoro, che includono molti giovani, le donne e gli anziani, non si realizza con politiche indifferenziate ma concentrando su di esse le attività di accompagnamento al lavoro e gli incentivi che riducono il costo del lavoro. Ma è lo stesso modo di intendere la funzione sindacale a dividere la Cgil dalle altre organizzazioni. Se per lo storico sindacato di radice comunista il conflitto è implicito nelle relazioni industriali, per gli altri l’approccio è di tipo partecipativo-cooperativo e Dio sa quanto abbiamo bisogno di un lavoro più coinvolto, più produttivo, più incentivato attraverso dinamiche retributive variabili perché collegate ai buoni risultati. Ciò significa il superamento del ruolo esasperato del Contratto collettivo nazionale per spostare nel territorio e nell’impresa il vero baricentro della contrattazione là ove le parti pragmaticamente si incontrano con maggiore facilità nel comune interesse. Il tema della revisione del modello contrattuale procede poi di pari passo con quello della libertà sindacale. Tanto la Cgil ha chiesto e ottenuto dall’Unione la promessa di una legge diretta a regolare i soggetti autorizzati a stipulare gli accordi, anche attraverso il voto ricorrente dei lavoratori, quanto le altre organizzazioni non possono non privilegiare un sistema libero e responsabile che consente anche accordi non sottoscritti da tutti perché a nessuno può essere riconosciuto un paralizzante potere di veto.
Se è vero che l’Italia è ad un bivio storico tra crescita e regresso le forme sindacali possono giocare un ruolo rilevante tanto per l’una che per l’altra direzione.
Per questo dobbiamo auspicare una esplicita distinzione tra modernisti e conservatori rispetto ad una ipocrita unità sindacale che si realizzerebbe solo nella paralisi e nella conservazione.
*sottosegretario al Welfare