La leggenda dei «lumbard» medievali

Orde incivili che si abbatterono sull’Italia tardo-romana e bizantina o sperimentatori di una nuova identità «proto-nazionale»? La risposta in una mostra a Torino

Umberto Bossi non ha inventato nulla. L’idea che esista un popolo lumbard, intatto e verace attraverso i secoli, e magari da sempre nemico di Roma ladrona, esiste da molto tempo. È un’idea falsa, naturalmente, ma ci credevano già i Visconti e i nobili milanesi tra Medioevo e Rinascimento. Solo che i leghisti di oggi sacrificano al dio Po, e sembrano rivendicare una continuità soprattutto con il remoto passato celtico della Lombardia. Mentre i Visconti guardavano ai longobardi, che anche etimologicamente stanno alla radice del nome «lombardi» ma non erano celti, bensì scandinavi, parenti dei vichinghi.
I valorosi principi longobardi che, nell’anno 569, discesero nella Pianura padana guidati da Alboino, cambiando per sempre storia e geografia dell’Italia, divennero presto un mito. Anche se, magari, un mito negativo. Come testimonia un altro grande lombardo, Alessandro Manzoni. L’Adelchi, celeberrima tragedia manzoniana, è un esempio della leggenda nera costruita intorno ai longobardi: barbari invasori che spazzano via quanto resta della civiltà romana, oppressori sanguinari che vessano il popolo con inaudita crudeltà. Stava al pubblico ottocentesco poi identificare i longobardi con gli austriaci, e i romani tartassati con gli italiani sudditi degli Asburgo.
Insomma, i longobardi furono barbari poco civili che spazzarono via da gran parte dell’Italia la raffinata civiltà tardo-romana e bizantina, e caddero, infine, nell’anno 774, per mano dei Franchi, barbari pure loro ma assai più civilizzati? O furono invece i primi sperimentatori di una nuova identità italiana, che abbandonarono le proprie tradizioni guerriere per imparare il latino, rinunciarono al paganesimo per costruire monasteri, e che non furono solo «lombardi», scrivendo pagine gloriose della loro storia anche nel Sud dell’Italia, dalla Campania alle Puglie? Queste domande accompagnano la mostra «I longobardi. Dalla caduta dell’impero all’alba dell’Italia» in corso al Palazzo Bricherasio di Torino fino al 6 gennaio. Mentre un’altra sezione della mostra è visitabile, fino al 9 dicembre, all’Abbazia di Novalesa, alle porte di Torino: un monastero con oltre mille anni di storia, fondato nel 726, al tramonto della potenza longobarda, dal nobile franco Abbone.
«Foetidissima gens»: stirpe infame, fetida, schifosa. Così i longobardi erano descritti nel Liber Pontificalis (VIII secolo a.C.). E, viceversa, «felicissimo» apparve, negli ambienti franchi, l’anno 774, quando Desiderio, ultimo re dei longobardi, fu sconfitto e fatto prigioniero da Carlo Magno. «La rea progenie», li chiamava Manzoni. Un popolo per il quale «fu gloria il non aver pietà». Eppure, nella biblioteca della casa milanese di Manzoni abbondavano opere in cui i longobardi, alla fine del Settecento, iniziavano a essere rivalutati: per esempio da giuristi come Pietro Giannone, che contrapponevano il rigore del diritto longobardo al caos giuridico degli staterelli italiani e al potere temporale della Chiesa.
In verità, fin dal Medioevo, furono in molti a richiamarsi ai longobardi: i Visconti, signori di Milano, si erano costruiti una genealogia che li ricollegava a Desiderio. Gli Scaligeri di Verona erano andati persino oltre. Giocando sul nome del capostipite, Cangrande, si erano dichiarati eredi di quel favoloso popolo di guerrieri dalla testa di cane che, secondo le fantasie dello storico Paolo Diacono, erano alleati magici e invincibili dei longobardi. Comunque sia, discendere dai longobardi fu per lungo tempo motivo di vanto, e non di vergogna. Ancora a fine Ottocento molte famiglie milanesi conservavano in casa vere o presunte iscrizioni longobarde a testimonianza di una pretesa continuità del casato.
Ma il mito longobardo fu anche un mito popolare, il serbatoio inesauribile di storie a tinte forti. Già per il teatro del Seicento la storia longobarda forniva un repertorio da opporre, o affiancare, a quello derivato dalla tradizione classica. Pierre Corneille, nel 1651, fece rappresentare un Pertarito re dei Lombardi. E fu presto famosa la crudeltà del re Alboino che costrinse la moglie Rosamunda a bere da una coppa costruita con il cranio del di lei padre, Cunimondo re dei Gepidi. La leggenda, di matrice longobarda, si ritrova già in Paolo Diacono. E chi ha passato gli «anta», forse ricorderà i Gufi, storico gruppo del cabaret milanese, che, tutti in calzamaglia nera, cantavano con finta gravità: «Bevi Rosmunda bevi/ nel cranio vuoto del tuo papà./ Se te lo dice Alboino/ che ti vuol bene/ lo puoi ben far!».
La mostra torinese segue i longobardi soprattutto nel periodo iniziale del loro regno. Ricostruisce, attraverso l’esposizione di oggetti simbolo, la trasformazione del potere al tramonto dell’impero romano d’Occidente: le insegne degli imperatori lasciano il posto alle armi dei principi guerrieri, gli sfarzosi paramenti sacri attestano l’influenza e il prestigio dei vescovi sui nuovi regni nati dalle invasioni (o migrazioni, che dir si voglia) dei popoli germanici. I numerosi tesoretti, depositi di monete o di gioielli, trovati sepolti in varie zone d’Italia, testimoniano l’incertezza e l’insicurezza di quei tempi di transizione. Si può vedere, dunque, da vicino, la realtà del regno dei longobardi. Prima che l’ultima sezione della mostra ci riporti ancora nel mito moderno dei longobardi, con quadri e anche con opere di falsari ottocenteschi. Alla fine i barbari scandinavi si erano conquistati un posto definitivo nell’immaginario del nostro Bel Paese.