Le leggi, il terrore e il carisma del capo Così Gengis Khan unificò l’Oriente

Il suo nome era un impasto di gloria guerriera e di ferro. Era l’anno del maiale, 1167, quando egli vide la luce in una yurta, la capanna di feltro e cuoio dei nomadi della steppa altoasiatica. Suo padre, Yisugei il Valoroso, lo battezzò Temujin: il nome di un nemico tataro, vinto e umiliato. Ma in quelle sillabe mongolo-turche si celava anche temur, il metallo della spada e della punta di freccia: temujin era il «fabbro», e tale sarebbe stato per il crogiolo dell’Asia il futuro condottiero, noto al mondo con il titolo di Gengis, Supremo, Khan, Capo.
Per raccontare la sua vita e le gesta la cronaca nuda non è appropriata. Ci darebbe i dati, dedotti dai documenti degli annalisti cinesi e persiani. Per rievocare il personaggio è indispensabile l’afflato dell’epica. Se ne serve a piene mani l’orientalista René Grousset nel suo Il conquistatore del mondo (Adelphi), un libro che seppur datato 1944 conserva il prestigio dello studio miliare e l’incanto rude di un’Iliade mongola.
Gli elementi storici e biografici formano l’impalcatura. Ma lo sfavillante arazzo è ricamato con i fili policromi della Storia segreta dei Mongoli, i poemi che i bardi consacrarono a Temujin, come fece Omero per la memoria dei suoi eroi. Grousset ci sprofonda in quel mondo favoloso e crudo, dove lo sbalzo termico è di 80 gradi tra estate e inverno, e il vento strappa di sella un cavaliere esperto. Il paesaggio muta dall’abetaia gelida alle sabbie roventi.
Come ascoltatori di un cantastorie davanti a un fuoco, restiamo attoniti, avvolti dallo spirito di un uomo, signore dei suoi tempi e del destino. Dopo avere unificato le orde della sua gente e conquistato l’impero più vasto della storia, compresa Pechino, la capitale del Regno d’Oro, Gengis Khan si fece tumulare sotto il fogliame di un larice solitario, sul massiccio del nativo Kentei. Lassù sgorgano Ogon, Kerulen e Tula, i tre fiumi che irrigano la prateria ancestrale, trasformando la Mongolia, a primavera, in un mantello fastoso d’erba, prima che il vento estivo del Gobi ne dissecchi il vigore nella desolazione giallastra, e che il gelo vetrifichi tutto da novembre ad aprile.
L’imperatore morì nel 1227 per i postumi di una caduta da cavallo, durante una battuta all’orso. Il suo cadavere giunse lassù dopo un viaggio rituale di mesi, sul carro funebre. Le ruote si erano impantanate nel suolo argilloso. Neppure i cavalli più vigorosi, i guerrieri più decisi riuscivano a smuoverlo. Allora si alzò il lamento cerimoniale di un compagno, Kilugen il Coraggioso: «Leone degli uomini, inviato dall’Eterno Cielo Azzurro, il tuo paese natale, i tuoi palazzi di feltro, la tua yurta d’oro, le tue donne adorate, il tuo stendardo fatto di crini di cavalli bai, i tuoi tamburi, le tue trombe, i tuoi flauti, il tuo paese fiorente, il tuo grande popolo, il tuo luogo di nascita, l’acqua in cui sei stato lavato, il tuo governo tanto solido, le tue leggi compilate con tanta cura, i suoi amici fedeli, è tutto laggiù, alle fonti del Kerulen! Se non possiamo farti da scudo, vogliamo almeno riportare le tue spoglie al paese natale...». Come per magia, il fango allentò la stretta, il mesto corteo poté avviarsi. Fu una scia di sangue. I Tangut, ribelli del meridione, furono annientati, come richiedevano le volontà di Gengis Khan, lo sterminio al seguito del feretro.
L’aquila nera dagli occhi dorati, totem del cielo mongolo, sfreccia ancora sopra la sua tomba, e simboleggia la corsa armata del dominatore, dal Baikal all’Indo, dall’Aral alla pianura cinese. Il viaggio dal centro alla frontiera del suo regno durava un anno. Bagliori mitologici ravvivano il resoconto. Il lupo grigioblu e la cerbiatta maral fondano la stirpe di Temujin che, come Achille o Enea, vanta una discendenza divina, da Tengri, il Cielo, che visitò una sua ava, Alan-qo’a, penetrando segretamente nella sua yurta. La donna, oltre al seme celeste, lasciò in eredità al discendente l’apologo di saggezza. Aveva dato ai suoi cinque figli una freccia ciascuno, chiedendo loro di spezzarla. Fu agevole. Ma divenne impossibile quando lei chiuse le frecce in un fascio, che risultò indistruttibile. Gengis Khan ne fece il teorema politico. Unificò le tribù mongole, vulnerabili nell’isolamento, invincibili nell’unione. Usò la leva delle leggi, l’arma tonante del terrore, il carisma del capo che galoppa in testa all’armata.