La lenticchia, un «talismano» amato dai romani

Annalisa Venditti

Quando allo scoccare della mezzanotte il 2006 farà il suo ingresso ufficiale, come in ogni Capodanno che si rispetti, saranno ancora una volta le lenticchie a trionfare sulle tavole imbandite a festa. Nella notte di San Silvestro, per la loro inconfondibile somiglianza con un bel gruzzolo di monete, sono servite ai commensali a simboleggiare prosperità e ricchezza. C’è chi fa risalire l’usanza a tempi lontani in cui, auspicio di grandi guadagni, le sacchette per il denaro venivano riempite di lenticchie.
Un percorso millenario di sapori e odori lega la storia di questo prezioso legume a quella dell'uomo. C’è persino chi si giocò il patrimonio per un bel piatto di lenticchie. Come il povero Esaù che, leggiamo nella Bibbia, rinunciò alla sua primogenitura per gustarle in una minestra. Lenticchie sono state rinvenute in tombe egizie e con ogni probabilità furono sin dall’età neolitica alla base dell’alimentazione dei popoli nomadi dell’Asia Minore. Gli antichi romani amavano moltissimo questo cibo energetico e nutriente che nel corso dei secoli sarebbe diventato un talismano per il sopraggiungere del nuovo anno.
Da sempre considerate la «carne dei poveri», le lenticchie in epoca medievale venivano consumate durante i digiuni. Adatte alla mensa del popolo e degli schiavi, al tempo dei Romani giungevano in gran quantità dall’Egitto, granaio dell’Impero. A promuovere la coltivazione a Roma sembra fosse, in epoca repubblicana, Catone il Censore, che per primo consigliò di condirle con l’aceto. Ben presto la lens esculenta, questo il nome latino della lenticchia, divenne uno degli alimenti più diffusi in tavola insieme al farro, ai ceci e ai piselli. E chissà quante ne avranno mangiate i Lentuli, componenti della famiglia romana che proprio dall’appetitoso legume traeva il suo nome.
Alcune ricette, di certo insolite per il nostro palato abituato a ben altri sapori, sono arrivate sino ai giorni nostri grazie al De re coquinaria, il manualetto gastronomico del cuoco imperiale Marco Gavio Apicio, forse vissuto all’epoca di Tiberio. Lo chef di Roma antica suggeriva di lessare le lenticchie e poi condirle con pepe, comino, semi di coriandro, menta, ruta, puleggio, aceto, miele, salsa di pesce e mosto cotto. Una variante alla curiosa ricetta stava nel gettare sulle lenticchie bollite una salsa di porri, coriandro verde, semi di coriandro, puleggio, radice di laser, semi di menta e di ruta. Con una raccomandazione: «Unire olio - ammoniva Apicio - agitare e, nel caso occorresse altro, aggiungerlo. Legare il tutto con l’amido, poi spruzzare olio verde e pepe prima di servire».
Le lenticchie erano utilizzate anche nella cosmesi. Persino un medico, il celebre Galeno, ne descriveva gli effetti terapeutici. A quanto tramandano le fonti antiche le lenticchie bollite impastate con il miele erano considerate un toccasana per curare le scottature, i danni del freddo sulla pelle e le bolle dei bambini. La matrone e gli uomini vanitosi le utilizzavano come maschera di bellezza allo scopo di cancellare le macchie della pelle. Testimone il poeta Ovidio, autore di trattati sulla cura del corpo, che consigliava un impacco essiccato al vento a base di lenticchie, orzo e uova cui, per migliorare l’effetto, andavano aggiunte - terribile a dirsi - corna triturate di cervo, bulbi di narciso, spelta e miele. Con un effetto assicurato: «Ogni donna che tratterà il volto con tale cosmetico risplenderà più liscia del suo specchio».
Le lenticchie, insomma, ebbero gli usi più disparati presso i Romani. Basti pensare all’obelisco oggi in Piazza San Pietro. Quando l’imperatore Caligola lo volle nell’Urbe per ornare il suo circo in Vaticano, a tenerlo ben saldo nell’enorme nave salpata da Alessandria d’Egitto fu proprio un carico di ben 175 tonnellate di lenticchie.