Leon Battista Alberti l’uomo che dettò le regole

Architetto, pittore letterato: Firenze lo ricorda e lo celebra

È curioso, oltre che raro, vedere in carne ed ossa i discendenti di un artista del Quattrocento. Eppure gli Alberti del ramo veneto, trasferiti a Milano, erano tutti lì a Palazzo Strozzi a Firenze a prendersi le glorie dell’avo. E la tentazione di confrontarne i lineamenti col ventiquattrenne Leon Battista affrescato da Masaccio, sei secoli fa, sui muri della cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze, era forte. Ma gli Alberti di oggi, si limitano a ricordare i rami famigliari e l’albero genealogico.
E la mania dei trascorsi famigliari deve essere proprio un vizio degli Alberti, visto che già Leon Battista ne aveva compilato uno, tra il 1432 e il 1458, in una piccola pergamena. Il documento autografo e inedito, ritrovato recentemente dalla paleografa veneta Paola Massalin, elenca 141 nomi in un albero genealogico che comprende nove generazioni dal XIII al XV secolo. È una delle tante sorprese offerte dalla mostra fiorentina, aperta a dodici anni di distanza da quella memorabile del 1994 a Palazzo Te di Mantova.
Si intitola «L’uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le Arti a Firenze tra ragione e bellezza», e punta sul ruolo fondamentale del grande architetto e umanista, teorico dell’arte, pittore e scienziato, nel promuovere il Rinascimento a Firenze e in altre parti d’Italia. Curata da Cristina Acidini e Gabriele Morolli, corredata da un ricco e curato catalogo (Mandragora), raccoglie 170 opere tra dipinti, disegni, sculture, rilievi architettonici, manufatti vari, e preziosi documenti (libri, manoscritti, lettere), che sviscerano la figura di Aberti e la sua influenza su contemporanei e posteri.
Leon Battista non era fiorentino, e nonostante la passione per i predecessori, con la famiglia aveva pessimi rapporti. Era nato a Genova nel 1404 (ed anche questa data è una scoperta) da una abbiente famiglia di mercanti e banchieri fiorentini banditi da Firenze tra il 1387 e il 1401. Figlio illegittimo, caparbio e tenace, Leon Battista studia a Padova e, dopo la morte del padre nel 1421, si trasferisce a Bologna dove diventa dottore in giurisprudenza. In ristrettezze economiche e in lite con la famiglia, si dedica alla carriera ecclesiastica, diventando nel 1432 abbreviatore apostolico a Roma, carica prestigiosa, che mantiene per 34 anni. Viaggia per l’Italia e soggiorna, ma non molto, a Firenze, dove nel 1428 gli Alberti sono riammessi.
Versatile, colto e pieno di interessi, scrive libri e trattati in latino e in volgare, dai Libri della Famiglia, sul tema del matrimonio (oggi attualissimo) al Certame coronario sull’importanza della lingua volgare, riflesso dell’emergente borghesia, ai De Pictura, De Statua, De Re Aedificatoria, in cui sostiene il confronto col mondo classico, da emulare e non imitare. Dà inoltre nuove regole a pittori, scultori e architetti. Regole di proporzione tra ragione e bellezza, che adotta lui stesso nella lunga attività di architetto. Suoi sono i progetti a Firenze di Palazzo Rucellai, del completamento della facciata di Santa Maria Novella, del tempietto del Santo Sepolcro nella chiesa di San Pancrazio, della tribuna della chiesa della Santissima Annunziata, di varie ville medicee e di altri edifici sparsi per l’Italia.
La mostra, articolata in sette sezioni, presenta il percorso biografico, sino alla morte a Roma nel 1472, approfondendone tutti gli aspetti, attraverso video e numerose testimonianze autografe e di contemporanei. Per addentrarsi poi negli effetti del pensiero di Alberti sull’arte e sulla cultura di umanisti e artisti. Le regole prospettiche, ad esempio, divulgate oralmente e poi attraverso numerose edizioni a stampa, incrociate con quelle di Brunelleschi, vengono assimilate da scultori come Donatello, Ghiberti, Luca della Robbia, pittori come Beato Angelico, Botticelli, Filippo Lippi e altri, tutti presenti con opere prestigiose: dal Tabernacolo del Sacramento attribuito a Della Robbia alla Madonna col Bambino di Donatello, prestata dal Louvre, dal bronzo di Verrocchio con la Colomba dello Spirito Santo. Anche i pittori adottano armonie e misure albertiane nelle loro tavole, come dimostrano le architetture dipinte nel favoloso sportello dell’Armadio degli Argenti della Santissima Annunziata di Firenze del Beato Angelico o quelle classicheggianti di Botticelli nella Allegoria della Calunnia degli Uffizi o quelle di Fra Carnevale nella Annunciazione di Washington o dell’intrigante e anonima Città ideale di Urbino, esposta col disegno sottostante, che adesso si ipotizza dell’Alberti stesso.
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