Leonard Woolf un marito tutto per sé

Per i critici superficiali fu soltanto il consorte di Virginia Ma la stagione culturale di Bloomsbury gli deve molto E ora una biografia gli rende onore

Povero Leonard Woolf, destinato a restare famoso solo perché marito di Virginia. Per mezzo secolo, critici solerti gli hanno indirizzato, da vivo e da morto, velate o esplicite accuse: di non aver davvero amato Virginia o di non averla amata abbastanza, di essere stato colpevolmente negligente e, chissà, forse anche responsabile della sua morte.
All’inizio del ’41, Virginia ha 59 anni, i Woolf si sono ritirati nella casa in campagna a Rodmell, nel Sussex; Londra è stata bombardata, i soffitti della Hogarth Press e della loro abitazione in Mecklenburg Square sono crollati, semidistrutto è anche lo studio di Vanessa Bell; Oxford Street e il cortile del British sono sottosopra. Depressa, assediata da voci interiori, Virginia combatte il suo smarrimento impegnandosi a correggere e limare Tra un atto e l’altro, ma finito il lavoro, spossata e abulica, è vinta dall’ennesima crisi, e sa di essere in pericolo. Forse dovrebbe essere assistita 24 ore al giorno, ma lei non vuole, e il provvedimento dovrebbe quindi esserle imposto da Leonard, restio a un gesto d’autorità. Il 28 marzo Virginia esce dal suo studio, con la pellicciotta, gli stivali e il bastone da passeggio, va per i campi, raggiunge la sponda dell’Ouse, cammina per un tratto, poi si mette due pietre pesanti nelle tasche e si butta in acqua.
Si è forse scritto e congetturato fin troppo su quelle circostanze drammatiche, sulle responsabilità di Leonard, sul suo ruolo complessivo nella vita di Virginia, e sempre nel riflesso della figura di lei. Ora un libro di Victoria Glendinning, Leonard Woolf. A Life (Simon & Schuster, pagg. 530, sterline 25), contribuisce a mettere ordine e misura nel giudizio sulla loro storia, senza nulla togliere ai meriti letterari, alle peculiarità umane e persino al mito di Virginia. Quando, nel 1969, Leonard morì a 88 anni, sapeva, senza dolersene, che sarebbe rimasto noto più per essere stato il marito di Virginia che per tutto il resto.
Il resto era semplicemente la sua vita, che, per quanto costellata di affermazioni, aveva vissuto come di lato, con perfetto understatement: brillante studente dei classici antichi; abile e innovativo amministratore coloniale a Ceylon; catalizzatore del gruppo di Bloomsbury; studioso di filosofia politica e storia sociale; editore d’avanguardia che pubblica i racconti di Katherine Mansfield e La terra desolata di Eliot e La stanza di Jacob di Virginia, e poi Freud e Forster e classici della letteratura straniera.
La cosa forse più difficile, e più esaltante, se egli fosse stato capace di esaltazione, era stata fare il marito di Virginia. Ma Leonard, a suo modo, l’amava, come Virginia a suo modo amava lui e, lungi dal sentirsi sminuito dalla fama crescente di lei, apprezzava il suo genio, e fece tutto quel che poté perché essa lo esprimesse. Era molto affettuoso e attento e, portato all’amore fisico, avrebbe potuto darne di più a Virginia se essa, con indole diversa, fosse stata in grado di riceverlo e ricambiarlo. I fans di Virginia e detrattori di Leonard dovrebbero anche riconoscergli il merito di aver rettificato certe teorie fantasiose elaborate da critici e accademici intorno a Virginia: a esempio, era impossibile attribuirle l’influenza subita dalla lettura di Henri Bergson, perché non l’aveva mai letto, come non era mai stata in contatto epistolare con Joyce.
Un recensore inglese del libro della Glendinning ha scritto, condividendo un sentimento dell’autrice, che cosa resti al centro del mistero: come mai Virginia Stephen, figlia di Sir Leslie Stephen, un monumento dell’establishment culturale britannico tardovittoriano, che era cresciuta bellissima e psicologicamente fragile in un ambiente protettivo, che condivideva il moderato antisemitismo diffuso nelle classi medio-alte negli anni antecedenti la Grande Guerra, avesse sposato un ebreo senza un soldo, con un’aria smunta e vagamente sofferente, un uomo che per la sua aura da profeta dell’Antico Testamento doveva forse apparire troppo impegnativo agli occhi della delicata Virginia.
Ma porsi simili quesiti vuol dire forse dimenticare quello speciale spirito che unì «quelli di Bloomsbury», non un gruppo elitario, non un club d’intellettuali presuntuosi e snob, né di rivoluzionari. Il quartiere di Bloomsbury, nel 1910, quando Roger Fry portò a Londra i quadri di Van Gogh, Matisse e Cézanne in una mostra epocale che fu una specie di spartiacque tra due epoche, non era un quartiere «alto» o alla moda. Ma quella stagione, anche se non fu proprio come la stessa Virginia più tardi la definì, dette una scossa al mondo circostante, e vide amalgamati, pur con diversa provenienza, indole e attrezzatura, un gruppo di personaggi eterogenei ma tutti spinti dall’amore per il nuovo, dalla ricerca del bello e del vero che non necessariamente doveva rinnegare il senso passato del decoro, interessati a una sincerità rispettosa dei propri sentimenti, e con un sentito bisogno di schierarsi contro tabù e gusti retrivi. Leonard fu parte integrante di quell’avventura.
Nel maggio del 1903, al Trinity College, vennero in visita di Thoby Stephen le sue due sorelle, Vanessa e Virginia: vestite di bianco, portavano larghi cappelli, tenevano in mano il parasole, erano «di una bellezza da togliere il fiato» e Leonard rimase incantato. Nel 1904, però, partì per Ceylon come funzionario delle colonie, e vi rimase per sei anni e mezzo, acquistando riconoscimenti e prestigio. Ma, durante una licenza, una volta calato nel crogiuolo culturale di Bloomsbury e soprattutto avendo rivisto Virginia, rinunciò alla carriera coloniale. Lei nel frattempo aveva accettato la corte di diversi pretendenti, finendo sempre per defilarsi, e annotava: «A ventinove anni, non sono ancora sposata - sono una fallita - non ho figli - e sono anche pazza, altro che scrittrice». L’incontro con Leonard sembrò darle vigore e speranze e nel 1912 si sposarono. C’è da chiedersi quale altro matrimonio le sarebbe stato possibile, e le avrebbe consentito di camminare così a lungo sul filo precario della sua coscienza, e a profitto non solo della letteratura, ma della sua vita.