Leopardi progressista e razionalista? Un mito sfatato

Ci sono libri che, come fiume carsico, s’inabissano nella geografia intellettuale e ogni tanto riemergono, generando sempre una piena. È tra loro la limpida collezione di saggi Il pensiero di Leopardi di Mario Andrea Rigoni, ordinario a Padova, curatore del Meridiano Leopardi dedicato alla poesia, di antologie dello Zibaldone nonché di vari titoli del Cioran adelphiano. Uscito in sottotono a Padova nel 1982, il volume riemerse nel catalogo Liguori nel 1985 con una premessa di Cioran, per approdare da Bompiani nel 1997. Da anni esaurito, assai opportuna giunge la riedizione a Torino, presso Aragno, col medesimo titolo (pagg. 302, euro 15) e con due qualità che prontamente risaltano: il volume si amplia con nuovi saggi ed è inoltre di solida manifattura e nitida eleganza formale, destinato cioè a durare.
Tutto risale al 1976, quando Rigoni pubblicò su Paragone Leopardi e l’estetizzazione dell’antico: era l’inizio di un lavoro più che trentennale sul pensiero del poeta, mirato a riscattarlo dal paradigma riduttivo (Leopardi come voce del materialismo razionalista e progressista) cui nel 1947 lo avevano costretto Cesare Luporini col suo Leopardi progressivo e Walter Binni con La nuova poetica leopardiana. Secondo Rigoni la figura di Giacomo quale uomo di partecipazione civile e nutrito di progressismo sociale e scientifico travisava la sostanza di un pensatore radicalmente negativo. E questo piano interpretativo non fu esente da qualche polemica insorta dopo l’edizione Bompiani (ricordo uno scambio giornalistico di salaci ma graziose battute sul concetto di «irrazionalismo» tra l’autore, Baldacci e Mengaldo). Insomma, Rigoni aveva toccato un nervo scoperto agendo da mosca bianca (o pecora nera), cosa che nel mondo accademico sembra non trovare buona accoglienza.
La brillante postfazione di Raoul Bruni non si pone problemi e snocciola: Rigoni fu il primo critico a opporsi in modo esplicito a una certa ristrettezza ideale, «liberando Leopardi tanto dall’etichetta di progressista quanto da quella di razionalista». E lo fece, appunto, con questa collezione di saggi, dai quali emerge un Leopardi ben lungi dal piegarsi alla visione progressiva del mondo, e anzi estensore nel maggio 1833 di una letterina diretta a Charlotte Bonaparte in cui, con una certa flânerie, confessava: «La condizione progressiva della società non mi riguarda affatto. La mia, se non è retrograda, è eminentemente stazionaria». E se lo dice lui stesso, come metterlo in dubbio? Come farlo con chi, anni dopo, avrebbe con un solo verso demolito le «magnifiche sorti e progressive»?
Ora, se la materia segretamente polemica del volume fa gioire, ci sono altri caratteri che la rendono lettura consigliabile: l’autore possiede una scrittura tersa che nel mondo critico fa di norma difetto; i saggi godono poi di una rara e fluente bellezza dell’argomentare. Ciò detto, resta un fatto essenziale: che liberare Leopardi dalla catena progressiva non equivale a farne un regressivo. Giacomo sembra piuttosto una mente di «terza via», uomo dotato di pensieri che non donano sostegno né a sinistra né a destra, e tanto meno fanno dormire sonni tranquilli al centro, là dove c’è chi freme inutilmente per dimostrare un cattolico ravvedimento del poeta in articulo mortis. E resta l’aria che tira in questi saggi: una stupenda brezza fresca che aiuta a respirare profondo, uno zefiro capace di nutrire chiunque sia dotato - più che di intelligenza - di cuore intelligente. Che è altra cosa.