LERNET-HOLENIA L’anticristo arriva dall’Asia

Il diavolo discende dai Carpazi galoppando sui dattili, gli accenti dei trisillabi, i ritmi concitati della parole sdrucciole. E la sua cavalcata sulla prosa di Alexander Lernet-Holenia, scatena una trepidazione più eccitata, una tensione più emozionante e sbalordita dell’arrivo dei suoi sgherri - sgherri del demonio, vestiti col lusso lascivo dei principi della Mongolia - a bordo di una Packard decappottabile. Proviene dall’Est. E la sua traversata, che lo porta oltre le plaghe della Siberia, le asprezze della taiga e le desolazioni della steppa, lo conduce fino in Polonia. Ai confini orientali del Vecchio Continente. Là dove l’Europa, pudica (e pedestre) estremità, si azzarda a sfiorare con le dita la bestia enorme che è l’Asia, «immenso continente acquattato come un animale fatto di terra con la testa affondata nel suolo». Verissimo che noi, dal bordo del suo territorio marginale, dal fronte occidentale, del terrifico bestione, «vediamo solo il dorso sollevarsi», mentre il suo sentore inquietante «ci arriva col vento che gli lambisce la schiena». Ma la visione - dai margini e dalle terga - che ne spalanca lo scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) all’inizio del suo Un sogno in Rosso (Adelphi, pagg. 176, euro 16; traduzione di Elisabetta dell’Anna Ciancia), è tutto fuorché periferico o posteriore.
È l’autunno del 1938 - vigilia fatidica dei fatti mondiali del 1939 - quando il giovane Michail, diciannovenne angelico, bello come Lucifero, giunge nella contea polacca dello zio. È una chiara giornata di settembre quando il conte in attesa del nipote guarda dalle finestre del salone affacciate verso Est le alture della Galizia e della Volinia, chiuse per lui come un sipario sulle spianate dell’Ucraina e sul cuore dell’Asia sterminata. L’aristocratico, nobile rovinato però, ritirato nelle remote tenute di campagna, non può vedere, sul retroscena, quel che gli si prospetta, né può sapere quel che, imminentissimo, lo aspetta. Ignora che il ragazzo suo ospite è il figlio adottivo della sorella, che è il figlio illegittimo di una monaca fuggita dai bolscevichi e violata da un guerriero mongolico: che è l’Anticristo concepito nel sangue della violazione, nel rosso della rivoluzione, nel cuore pulsante di una terra culla di popoli e scrigno di misteri. Lo zio non vede né sa, ma lo scenario di un dramma è già tutto disteso sotto lo sguardo - profetico - dell’autore che lo descrive. E c’è ancora un largo margine per pronunciare profezie sul limite di quel 1938 cui datano sia la stesura sia l’ambientazione del romanzo: situato sul baratro in cui crolleranno gli eventi con la Seconda guerra mondiale e, insieme, su quello ancora fumante aperto, dopo la Prima, col crollo dell’Impero Absburgico e della Russia degli Zar.
Ma a cavallo di una doppia catastrofe, Lernet-Holenia, scrittore dal doppio cognome che fu cavaliere provetto, si tiene in sella con abilità di sportsman consumato, tradita dalla leggerezza e dalla velocità della sua scrittura. Sembra di leggere il copione di una scena delle beffe quando entrano in scena i primi personaggi: un generale di cavalleria in panni di cocchiere addetto alle stalle e alle scuderie della residenza polacca, la principessa d’antica aristocrazia intenta a rigovernare i piatti nelle cucine del conte. Ma non è una mascherata. E i due vecchi emigrati, che parlano tra loro un francese impeccabile, dalla Vecchia Russia hanno riportato gli stivali lucidati dell’esercito imperiale e l’abito di gala della corte degli Zar, pur sempre indossati con dignità. Guizza di ambiguità maliziosa la narrazione virata al rosso di Lernet-Holenia: lo stesso brio che già animava le Avventure di un giovane ufficiale in Polonia (Adelphi, 2004), il graduato in gonnella, cioè, che si fingeva femmina per colpire (al cuore) e soggiogare (nei sensi) il suo nemico. Ma il sorriso del romanziere è stavolta quello disincantato, anche malinconico, di chi le ha viste tutte e si prepara a vederne delle altre: senza prometterne delle belle.
Da un mondo finito, come i suoi esuli sopravvissuti all’Ottobre rosso, proveniva infatti Lernet-Holenia: figlio illegittimo, come il diavolo che visitò il suo Un sogno in rosso, di una principessa carinziana e di un duca d’Absburgo. Da testimone estraneo e impartecipe, appuntava perciò uno sguardo lucidissimo sul bolscevismo: «non bisogna migliorare il mondo se non è il mondo a desiderarlo». Conservava un senso vivacissimo della tradizione: riconosciuta dagli stessi sovietici che «come ogni forza sovversiva avevano un senso vivo del suo valore o non avrebbero fatto di tutto per rovesciarla». Dubitava, scettico, del libero pensiero «che chiude gli occhi su ciò che non capisce ed è più sciocco delle superstizioni». Cedeva, ammaliato, all’attrazione del mistero: celato in grembo «al paese della svastica e dei simboli sacri», nell’Asia dei monaci, dei templi e dei demoni. E faceva dire al suo Michail, il suo diavolo tragico e bellissimo, quel che avrebbe potuto ripetere egli stesso: «Com’è possibile che io venga da quel nulla, che la mia esistenza sia il perdurare di qualcosa che da un pezzo non c’è più?».