LA LETTERA A NAPOLITANO

Signor presidente della Repubblica, non credo di essere l’unico italiano ad aver accolto con viva preoccupazione, nel contesto delle commemorazioni dell’8 settembre, la sua esortazione a favore di un «patriottismo costituzionale». Mi pare che il patriottismo - «fervido sentimento di devozione alla Patria» - subisca un’inquietante riduzione se ricondotto a un ben limitato periodo temporale. Infatti, come ben noto, fatta eccezione forse per quella statunitense, le Carte fondamentali di uno Stato passano, ma le Patrie rimangono. Quando molti lustri fa, da giovane diplomatico, giurai sulla Costituzione fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi lo feci con la convinzione di chi ama la propria Patria e si pone al suo servizio, nel riconoscimento, nel bene e nel male, di tutto il suo passato storico, nonché nel pieno rispetto dell’articolo 98 della Costituzione secondo il quale i pubblici impiegati sono esclusivamente al servizio della Nazione.
Veder oggi aggettivi aggiunti a Patria o Nazione mi riporta fatalmente a quanto emerso negli anni Settanta nella non rimpianta ex Repubblica democratica tedesca, dove il IX congresso del Partito dell’Unità socialista di Germania proclamava che nella Rdt si sviluppava «una coscienza nazionale socialista, nella quale patriottismo socialista e internazionalismo proletario sono organicamente uniti».
Signor presidente, il suo predecessore, recandosi al lager nazista della Risiera di Trieste e rendendo omaggio alle vittime della barbarie partigiano-titoista alla Foiba di Basovizza, ci aveva esortato a superare odi e rancori di una guerra civile alla quale io, come ormai la stragrande maggioranza dei nostri concittadini, non ho partecipato per motivi anagrafici.
È peraltro certamente vero, come diceva Montherlant, che nella storiografia «le guerre civili non finiscono mai» e sono, per lo più, frutto di diverse e contrapposte visioni del mondo. Ma è proprio in un approccio storiografico e non condizionante o riduttivo dell’amor di Patria che molti italiani vogliono ora considerare il fascismo e l’antifascismo. Rivendicando contestualmente, come molti richiedono da anni, che le ragioni dei vinti e quelle dei vincitori non si debbano «fondere all’insegna del conformismo, ma permangano», in ambito storiografico lo ripeto e non nella vita politica attuale, «anche fronteggiandosi, ma con il pari diritto d'espressione e valutazione» che uno Stato democratico deve assicurare e garantire a tutti come opportunamente la nostra Costituzione prevede all’articolo 21. Per quanto riguarda più particolarmente la risollevata questione delle ignominiose leggi razziali vorrei ricordare, per la sua ahimè perdurante validità, quanto scrisse Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera nell’agosto del 1996: «In complesso la società italiana diede in quella occasione il peggio di se stessa. Nella supina adesione alla legislazione contro gli ebrei essa, infatti, non espresse né il suo antisemitismo né il suo fascismo, quanto piuttosto il suo antico conformismo, la sua leggerezza morale, la viltà trasformistica dei suoi gruppi dirigenti ed intellettuali».
Il noto editorialista concludeva sostenendo che la nostra comunità ebraica, proprio in quanto italiana, si attendeva un vero riconoscimento da parte della Nazione e «La confessione della colpa di noi tutti - quella di Fini e An fa comodo a molti ma non basta, aggiungo io - per ciò che allora accadde e la nostra richiesta di perdono, per noi, non per altri diversi da noi. Questo è necessario, di questo ci sarebbe davvero bisogno. Non di una solidarietà stereotipa e vociata, spesso tanto più vociata in quanto proveniente dagli stessi che tra il 1938 e il 1943, giovani di belle speranze e all’inizio di promettentissime carriere, non mossero un dito e non emisero un fiato». Italianamente.
*Ambasciatore d’Italia presso

la Corte reale hascemita

di Giordania - Amman