«La letteratura è solo autobiografia»

«Ho già scritto più di un libro per poter scrivere, forse, una pagina. La pagina della giustificazione, che sarà il compendio del mio destino...»

Io sono un uomo che si è avventurato a scrivere e persino a pubblicare alcuni versi che celebravano due quartieri di questa città profondamente mescolati alla sua esistenza, perché in uno di essi passò la sua infanzia e nell’altro gioì e soffrì per un amore forse grande. Inoltre, ho commesso alcune composizioni commemorative dell’epoca di Rosas, epoca che, per una preferenza di letture e per una timorosa tradizione familiare, è una vecchia patria del mio sentire. Subito mi si scagliarono contro due o tre critici e mi assestarono pedanterie e cattiverie impressionanti per la loro rozzezza. Uno mi trattò da retrogrado; un altro, con falsa compassione, mi indicò quartieri più pittoreschi di quelli che mi toccarono in sorte e mi raccomandò il tram numero 56 che va ai Patricios, invece del 96 che va a Urquiza; alcuni mi aggredirono in nome dei grattacieli; altri, in nome delle catapecchie di lamiera. Simili sforzi di incomprensione (che qui ho dovuto attenuare, affinché non risultassero inverosimili) giustificano questa professione di fede letteraria. Di questo mio credo letterario posso affermare quel che si dice di quello religioso: è mio perché ci credo, non perché l’ho inventato. A rigore, penso che il fatto di postularlo sia universale, persino in chi cerca di contraddirlo.
Questo è il mio postulato: tutta la letteratura è autobiografica, alla fine. Tutto è poetico, in quanto ci confessa un destino, in quanto ce lo fa intravedere. Nella poesia lirica, questo destino si mantiene immobile, all’erta, ma sempre abbozzato da simboli in accordo con la sua particolarità e che ci permettono di percepirlo. Questo e non altri è il senso delle capigliature, degli zaffiri e dei pezzi di vetro di Góngora o delle mute di cani di Almafuerte e dei suoi pantani. Per i romanzi è la stessa cosa. \ Allo stesso modo, la nostra cortesia finge di credere a Shakespeare quando egli infonde in antichi racconti la sua magnifica loquela, ma quello in cui crediamo davvero è l’affabulatore, non le figlie di Lear. Faccio presente che non intendo contraddire la vitalità del dramma e dei romanzi; ciò che affermo è la nostra sete di anime, di destini, di modi di essere, una sete così consapevole di ciò che cerca, che se le vite favolose non la soddisfano, indaga amorevolmente su quella dell’autore. Già l’aveva detto Macedonio Fernández.
Il caso delle metafore è uguale. Qualsiasi metafora, per strabiliante che sia, è un’esperienza possibile e la difficoltà non sta nell’inventarla (che è semplicissimo, basta saper mescolare parole prestigiose per ottenerla), bensì nel motivarla in modo tale da abbagliare chi legge. \
A volte la sostanza autobiografica, personale, scompare sotto gli eventi che la incarnano ed è come un cuore che palpita in profondità. Ci sono componimenti o versi sciolti che piacciono inspiegabilmente: le loro immagini sono appena approssimative, mai puntuali; il loro argomento è l’evidente prodotto frettoloso di un’immaginazione svogliata, la loro dizione è goffa, e tuttavia quel componimento o quel verso isolato non ci si stacca dalla memoria e ci piace. Simili divergenze tra il giudizio estetico e l’emozione sono di solito generate dall’inadeguatezza del primo: se li esaminiamo bene, i versi che ci piacciono nostro malgrado, tratteggiano sempre un’anima, un modo di essere, un destino. Di più: ci sono cose che sono già poetiche per il semplice fatto di implicare dei destini: per esempio, la mappa di una città, un rosario, i nomi di due sorelle.
Poco fa insistevo sulla necessità di verità soggettiva o oggettiva che richiedono le immagini; adesso farò notare che la rima, per la spudoratezza del suo artificio, può infondere un’aria di imbroglio nei componimenti più autentici, e la sua realizzazione è antipoetica, in generale. Tutta la poesia è una confidenza, e le premesse di qualsiasi confidenza sono la fiducia di colui che ascolta e la sincerità di colui che parla. La rima è affetta da un peccato originale: il clima di inganno. Anche se questo inganno si limita ad amareggiarci, senza farsi mai svelare, il solo sospetto che esista è sufficiente a spegnere un intenso fervore. \
Ho già dichiarato che tutta la poesia è la piena confessione di un io, di un carattere, di un’avventura umana. Il destino così rivelato può essere di finzione, archetipico (narrazioni del Don Chisciotte, del Martín Fierro, dei protagonisti dei soliloqui di Browning, dei vari Faust), o personale: autonarrazioni di Montaigne, di Tommaso De Quincey, di Walt Whitman, di qualsiasi vero lirico. Io aspiro a quest’ultimo.
Come raggiungere questa patetica illuminazione sulle nostre vite? Come intromettere nei petti altrui la nostra vergognosa verità? Gli strumenti stessi sono impacci: il verso è una cosa cantilenante che annebbia il significato dei vocaboli; la rima è un gioco di parole, una specie di freddura seria; la metafora è un eccesso dell’enfasi, una tradizione di menzogna, una spacconata a cui non crede nessuno. (Eppure non possiamo prescinderne: lo stile piano che ci prescrisse Manuel Gálvez è una metafora raddoppiata perché etimologicamente stile significa stilo, e piano significa pianeggiante, liscio e senza avvallamenti. Stile piano, stilo che assomiglia alla pampa. Chi lo capisce?).
La varietà di parole è un altro errore. Tutti i precettisti la raccomandano; ritengo che non sia affatto giusto. Penso che le parole vadano conquistate, vivendole, e che l’apparente pubblicità che regala loro il dizionario sia un’ipocrisia. Che nessuno si azzardi a scrivere sobborgo senza avere a lungo vagabondato per i suoi alti marciapiedi; senza averlo desiderato e sofferto come una fidanzata; senza aver sentito i suoi muri di cinta, i suoi campicelli, le sue lune ritornando da uno spaccio, come una generosità... Io ho già conquistato la mia povertà; ho già riconosciuto, tra migliaia, le nove o dieci parole che vanno d’accordo con il mio cuore; ho già scritto più di un libro per poter scrivere, forse, una pagina. La pagina di giustificazione, quella che sarà il compendio del mio destino, quella che forse ascolteranno solo gli angeli assistenti, quando suonerà il Giudizio Universale.
Semplicemente: quella pagina che all’imbrunire, davanti alla decisa verità della fine della giornata, del tramonto, della brezza oscura e nuova, delle ragazze chiare di fronte alla strada, io mi arrischierei a leggere a un amico.
Copyright 1996 Maria Kodama, 2007

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