Levine: "Stop alla chimica dell’infelicità"

Intervista con lo psichiatra bruce Levine su un fenomeno in espansione. I danni alla sfera psicologica causati dal "consumismo estremista"

Milano - Si fa un gran parlare di dipendenze. Ci sono i dipendenti dal sesso, dal gioco d’azzardo, da Internet, dal lavoro, dagli psicofarmaci, dal partner, dallo chic e dallo charme. Dipendenti dalla letteratura, dal pensiero della morte, dal proprio nome stampato da qualche parte e, a questo punto perché no, ci sono i dipendenti dalla mamma. E i dipendenti dai propri figli. C’è chi va in crisi di astinenza se non può permettersi almeno un jeune restaurateur d’Europe alla settimana o un paio di scarpe Brian Atwood a inizio primavera. Chi ci va se non può scrivere sul blog frasi come: «Ieri sera a casa di Christopher Hitchens io e Martin Amis abbiamo bevuto scotch e conversato di...» e chi ci va se non tiene gli occhi fissi sul Blackberry. O su ogni gamba di donna che attraversi la strada. Ci sono, infine, i dipendenti dalla libertà (molto pericolosi), dal cinismo (molto tristi o molto seduttori, a seconda di chi li guarda), dall’interpretosi lacaniana (molto loquaci). Pure, si incontrano filosofi a tal punto dipendenti dalla verità da trovarla sempre, senza cercare, un po’ come gli eroinomani riescono a recuperare la droga con una semplicità sconcertante.

Insomma, l’intera esistenza mentale e fisica degli esseri umani si regge su dipendenze di ogni tipo, fin dalla nascita. Ma questo lo si è sempre saputo, ed è pure vero: come l’aquila, per usare la metafora di Kant, poggia sull’aria per poter volare. Il problema, piuttosto, è che oggi si tratta di dipendenze così solipsistiche, sterili e mondanamente indotte da lacerare nel profondo l’interiorità e i rapporti sociali. Ne abbiamo parlato con Bruce Levine, psichiatra e autore di due libri - Commonsense Rebellion e Surviving America’s Depression Epidemic - che hanno raccolto negli Stati Uniti la stessa stima intellettuale e le stesse polemiche che circondarono a loro tempo le lucide e preveggenti opere di Ivan Illich, tra tutte Nemesi medica.

Dottor Levine, perché in quest’epoca di massima libertà personale molti si ritrovano «dipendenti» da qualcosa?
«Questa esplosione di dipendenza è correlata alla moderna religione del “consumismo estremista”. Ci illudiamo di essere liberi, siamo invece schiavi di un certo livello di irrazionalità. Spinoza e Buddha lo riconoscerebbero immediatamente. Ma la “fede” della cultura del consumatore è che tutte le tensioni e le irrazionalità possano e debbano essere eliminate da prodotti e servizi. Nondimeno, qualunque sia il mezzo che utilizziamo per sfuggire alla vita, il dosaggio dovrà aumentare, per via della sempre maggiore assuefazione. Eppure la natura ci avverte che non siamo liberi, bensì vincolati, con il doloroso paradossale senso di isolamento che ci coglie quando sospendiamo i nostri comportamenti dipendenti».

Il sociologo Albert Memmi ha scritto un importante libro sulle dipendenze «cattive» e «buone», Il bevitore e l’innamorato (Edizioni Lavoro), dove sostiene che c’è in noi una «prematurità» organica che ci candida alla dipendenza da tutto. La dipendenza è «buona» solo in un gioco complesso e mutevole, come quello dell’amore maturo, per esempio. O come nella fede religiosa, quando non sfocia in fanatismo. Che ne pensa?
«Le interdipendenze positive sono in aumento, ma non quanto le dipendenze che indeboliscono le persone, rendendole più autocentriche, meno capaci di amare gli altri. Nel suo Bowling Alone, Putnam dimostra che gli americani hanno parecchi meno amici di cinque decenni fa: vale per ogni altro genere di relazione. Sempre più miei connazionali ignorano che una comunità autentica comporta un sostegno emotivo ed economico dato di persona, e che in essa sono gli stessi membri, non un’autorità senza volto, a decidere quali siano i veri problemi e a risolverli. Nelle interdipendenze sane ci sentiamo più a nostro agio, anzi, talmente a nostro agio da non essere preoccupati di condividere ciò che abbiamo in abbondanza».

Lei scrive che «la depressione è una reazione a una cultura depressiva». Ma «reazione» può pure essere sinonimo di speranza e vitalità. Addirittura, di occasione politica...
«Negli Stati Uniti il tasso delle depressioni è aumentato di dieci volte dagli anni Sessanta: è chiaro che la causa è di ordine sociale e culturale, non genetica. La psichiatria, però, è controllata dalle società farmaceutiche ed esse non parlano che di squilibri biochimici del cervello. Ma se fossi depresso, mi sarebbe utile vedere la mia depressione come una normale reazione umana a un dolore sconvolgente. Vederla come una malattia significa essere dipendenti dall’aiuto di farmaci e medici, significa cronicizzarla anziché superarla - com’è possibile - grazie a relazioni che offrono un sostegno emotivo e al coinvolgimento con la vita che ci circonda. Lei ha ragione a dare al termine “reazione” una valenza che ripoliticizza la depressione. Occorre chiedersi: “A che cosa sto reagendo? Al dolore di un padre che non mi rispetta o a quello di una madre egoista? Al dolore di una società che ci impone di essere macchine da soldi, senz’anima, per sopravvivere? Al dolore di un ambiente fatto di cemento, privo di alberi, animali e bellezze naturali?”. La medicalizzazione, invece, non fa altro che mantenere lo status quo».

E fa diventare dipendenti da un sacco di medicine...
«Appunto. Stiamo obbligando 5-6 milioni di bambini americani a far uso di psicofarmaci, comprese anfetamine e tranquillanti, per adattarli meglio a scuole che funzionano come catene di montaggio. Molti provano risentimento per il fatto di essere stati drogati allo scopo di inserirsi nella società. Si dedica sempre meno tempo a cambiare ciò che è doloroso per questi ragazzi, o a far loro percepire la differenza tra le persone “autorevoli” e quelle “autoritarie”: le prime sanno cose importanti e utili, le seconde tentano di obbligare gli altri ad accettare una posizione a loro favorevole. Si è finiti altresì con l’avere oltre 2,2 milioni di detenuti, molti dei quali per droga, in carceri che spesso non sono altro che aziende a scopo di lucro».

Anche il forte indebitamento individuale lei lo vede come una forma di dipendenza negativa.
«Oggi numerosi americani si uniformano alla noncurante cultura materialista e contraggono debiti continui. Secondo me, sono così terrorizzati da non poter far altro che adeguarsi al consumo. Ma i debiti sono un altro modo per ridursi in schiavitù, dopo il conformismo sessantottino dove parecchie persone autocentriche di sinistra si sfruttavano a vicenda per soddisfare i propri bisogni sessuali e rafforzare il proprio io. Quando ero giovane vi erano buone università pubbliche che non facevano pagare la retta: mi sono laureato che non avevo debiti. Attualmente, i genitori americani vengono incalzati a mandare i figli in università prestigiose per trovare un buon lavoro: li indebitano contro la loro volontà, obbligandoli successivamente a trovare un posto che non gli piace per risanare la situazione».

Diventando così, inconsapevolmente, gli ennesimi ingranaggi di un sistema troppo cinico per portare una gioia reale...
«Oggi sono gli “eroi egoisti” alla Ayn Rand a seguire un fondamentalismo che predica che si può essere egoisti quanto si vuole in ogni area della vita, comprese le relazioni sentimentali, e che tutto andrà bene, che il mercato si autoregolerà, purché ognuno si preoccupi unicamente dei propri bisogni sessuali e finanziari. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Le culture sagge, invece, sanno che deve esistere un equilibrio tra libertà individuali e attenzione all’impatto di tali libertà sugli altri. Parole come “compassione”, “condivisione” e “altruismo” sono, per la Rand e per l’attuale “culto dell’egoismo”, bestemmie. Altre culture, però, come quella degli Indiani d’America, considerano la menzogna e l’auto-promozione costante una forma di malattia mentale. Sarebbe meglio cominciare a vedere noi stessi e gli altri ognuno nell’ambito della propria dimensione, con il potenziale per essere splendidi difensori della vita oppure distruttori di sé e degli altri».