Lezioni di respiro in centro a Milano

Cresce la paura per il nuovo virus influenzale A (H1N1). L'OMS ha sottolineato il carattere moderato di questa pandemia, ma ciò non basta a tranquillizzare gli italiani. La corsa al vaccino è iniziata. Il 40% della popolazione, circa 24 milioni di persone, sta per essere vaccinato in base alle indicazioni dell'unità di crisi, presieduta dal vice ministro Ferruccio Fazio. Dal 13 al 30 ottobre sono state distribuite alle Regioni le prime quote disponibili di vaccino. Ma chi veramente è a rischio di subire le conseguenze più drammatiche di questa nuova infezione altamente contagiosa che si è diffusa nel mondo?
Tutti coloro che sono deboli, cioè afflitti da patologie croniche: un esercito di malati, dai diabetici ai cardiopatici, dai neoplastici a quelli affetti da malattie neurologiche a quelli con problemi respiratori cronici.
L'8-9 per cento della popolazione italiana, cioè oltre cinque milioni di persone respira male, è colpita da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una malattia sotto diagnosticata: il 50 % di chi ne è affetto non sa di esserlo, colpisce un italiano su cinque, dopo i 65 anni.
Rispetto ad altre gravi patologie quali quelle cardiologiche e cerebrovascolari è in grande crescita e provoca sempre più vittime. «Il paziente anziano con problemi respiratori è estremamente fragile, ogni infezione può essere insidiosa e a volte mortale», afferma il dottor Michele Zaurino, primario della medicina riabilitativa dell'ospedale San Giuseppe di Milano, un Centro (Multimedica) che si avvale di un team di specialisti (quattro pneumologi e due fisiatri) che da oltre vent’anni lavorano assieme occupandosi di patologie croniche, respiratorie, neurologiche ed ortopediche. Un punto di riferimento nel cuore della città per la riabilitazione respiratoria e motoria con cinquanta letti ed i suoi ambulatori. L’approccio multidisciplinare sia per la diagnosi che per la terapia mette al centro i bisogni del paziente considerato in tutta la sua umanità.
«La bronchite cronica e l'enfisema polmonare che portano allo sviluppo della BPCO,sono spesso diagnosticate nelle fasi avanzate della malattia, quando è più difficile rallentarne l'evoluzione», precisa il dottor Zaurino ricordando che rappresenta la quinta causa di morte a livello mondiale con 2,8 milioni di decessi all'anno. Nel 2020, secondo le stime, sarà la terza causa. «Una Semplice spirometria, cioè un esame della funzionalità respiratoria sarebbe sufficiente a porre la diagnosi di BPCO e ad inquadrare correttamente la gravità della malattia. Misurando poi i tassi di ossigeno e anidride carbonica presenti nel sangue (emogasanalisi) e con un semplice test del cammino si ha un ulteriore approfondimento sulla efficienza polmonare. Questi pazienti sono limitati in tutte le loro attività dalla mancanza di respiro. La dispnea impedisce anche le più normali attività quotidiane, come fare una rampa di scale, camminare per brevi tratti. Nei casi più gravi anche alimentarsi può diventare faticoso. La qualità della vita è fortemente compromessa. In questi casi la riabilitazione respiratoria, anche grazie ai progressi tecnologici acquisiti negli ultimi anni, ottiene risultati sorprendenti riportando gran parte dei pazienti ad un recupero funzionale che consente di svolgere di nuovo attività che sembravano precluse. La costante applicazione anche a domicilio di quanto appreso nelle «lezioni di respiro» effettuate durante la degenza permette il mantenimento di una buona qualità di vita. La riabilitazione aiuta il malato a modificare le abitudini: « una diversa alimentazione, il movimento regolare, la cessazione del fumo di sigaretta, sono fondamentali».
Alla fine degli anni Settanta è stato dimostrato che nei pazienti con insufficienza respiratoria la terapia con ossigeno a lungo termine per più di 15 ore al giorno è efficace nell'aumentare la sopravvivenza. «Il reale cambiamento è avvenuto grazie all'uso dell'ossigeno liquido che permette lo stoccaggio di 20mila litri del gas in bombole relativamente piccole che consentono inoltre il rifornimento di contenitori che il paziente porta con sè potendo così abbandonare la camera dove era confinato e riacquistare una certa autonomia. «Oggi in Italia i malati che utilizzano l’ossigenoterapia - precisa il dottor Zaurino - sono oltre 60mila e anche questi si avvantaggiano dei programmi di riabilitazione».