Libera scuola in libero Stato E nessuno tocchi la famiglia

La nostra civiltà deve la sua grandezza alle forme dell’ordine che hanno avuto origine nel continente europeo, come risultato di una sintesi che non ha nessun parallelo nella storia umana. L’ordine dell’Europa deriva dal cristianesimo e dal suo antenato, l’ebraismo, dalla città-Stato greca con la sua concezione di comunità autogovernante, e dalla legge romana, con il suo ideale di giurisdizione universale e laica, nella quale le leggi fatte dagli uomini avrebbero avuto la precedenza sui presunti comandamenti di divinità settarie. Queste tre influenze hanno portato, nel tempo, alla concezione dello Stato-nazione come comunità autogovernante che avrebbe integrato la legge laica con gli usi religiosi, senza permettere che l’una annientasse gli altri.
La seconda legge della termodinamica ci dice che l’entropia è sempre crescente. In altre parole, a meno che l’energia sia iniettata nel sistema, tende verso il disordine. Questo è ciò a cui stiamo assistendo oggi in Europa. L’energia è stata iniettata, prima dalla religione cristiana, poi dalla Rivoluzione industriale e dall’Illuminismo, infine dal processo democratico. Ma ciascuna iniezione di energia è stata anche fonte di conflitto: le guerre di religione nei secoli XVI e XVII, la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche nei secoli XVIII e XIX e la guerra tra la democrazia e il totalitarismo nel XX secolo. Ci stiamo riprendendo adesso dall’ultimo di quei conflitti e abbiamo goduto di un periodo di ordine; siamo stati capaci di testimoniare come l’ordine si sgretoli spontaneamente quando viene meno lo spirito del rinnovamento. In Europa la giurisdizione laica è profondamente radicata. Ma si sta facendo avanti la richiesta di modificarla, così da dare precedenza, per esempio, alla sharia nelle questioni di primaria importanza per i musulmani. Poiché non esiste nessun accordo rispetto a quanto la sharia richiede, questo equivale a una domanda per cui le comunità che vivono sotto la giurisdizione europea dovrebbero in una certa misura essere esenti dalla legge. In altre parole, significherebbe la fine della giurisdizione territoriale e la sua sostituzione da parte di una giurisdizione secondo una fede come quella che prevalse sotto l’Impero ottomano. Arrendersi a una tale richiesta sarebbe come accettare di abbandonare l’aspetto più importante della nostra eredità politica, ovvero, della giurisdizione laica sostenuta da una fedeltà territoriale, nella quale tutti sono uguali agli occhi della legge e legati da vincoli di vicinato e patriottismo che durante le emergenze hanno la precedenza sui vincoli di fede. Non deve sorprendere, quindi, che in Europa molti cittadini ordinari considerino difficile accettare l’ascesa dell’islam. La loro protesta si esprime attraverso il voto, creando in particolare in Olanda, Belgio e Svezia un nuovo tipo di sfida all’élite liberale. Improvvisamente troviamo i valori della democrazia e dell’Illuminismo evocati contro l’establishment politico, non in sostegno a esso. Ne consegue un possibile cambiamento del clima politico europeo in modalità che non erano, penso, previste dagli architetti dell’Unione europea.
Il disordine è entrato anche nel nostro mondo dall’interno. Hegel distingueva tre sfere di impegno: la famiglia, la società civile e lo Stato. Egli considerava queste sfere come autonome ma mutualmente dipendenti; ognuna era minacciata dal collasso nel caso in cui i suoi spazi venissero invasi o confiscati dagli altri. Uno dei successi della civiltà europea è stato quello di tenere separate le tre sfere di dovere. Nel Medio Oriente e in Africa lo Stato tende a essere confiscato dalla famiglia o dal clan, come notoriamente avviene in Arabia Saudita. Sotto il comunismo, la società civile veniva confiscata dallo Stato, che era a sua volta confiscato dal partito governante. Dal mio punto di vista, essere europei significa essere in grado, quando necessario, di chiudere la porta allo Stato. Serve riconoscere che la formazione di un figlio non è di responsabilità statale, ma dei genitori, e che lo Stato non ha la proprietà degli oggetti posseduti dalla famiglia, come la famiglia non ha la proprietà degli oggetti che appartengono allo Stato. Essere europei significa anche essere liberi di associarsi, di formare club, gruppi, scuole, università, chiese, reti, orchestre, istituti, senza richiederne il permesso allo Stato e senza consegnarne il controllo a qualsiasi autorità esterna. Non è stato solo Hegel a enfatizzare questo: Edmund Burke in Gran Bretagna e Alexis de Tocqueville in Francia consideravano come la maggiore minaccia rappresentata dai rivoluzionari quella di abolire la società civile e la famiglia, così da rendere ogni cittadino e ogni figlio proprietà statale.
In modo non sempre percepibile la società europea sta scivolando in quella direzione. La famiglia sta cessando di essere una sfera dell’impegno e sta diventando piuttosto un tipo di contratto tra un uomo e una donna, uno di quegli accordi che può essere messo da parte in qualsiasi momento, incurante dei figli che allora diventano dipendenti dallo Stato. Il risultato inevitabile è che lo Stato sta acquisendo i doveri che erano in precedenza esercitati dalla famiglia e sta per assorbire la sfera della famiglia. Per molteplici ragioni, nella società civile sta avvenendo la stessa cosa. Sebbene negli Stati europei vi sia libertà di associazione, questa è pesantemente limitata. Leggi, regolamenti su salute e sicurezza, debiti di imposta e interferenze burocratiche hanno esercitato un effetto negativo sullo spirito di associazione. E la graduale presa di potere dello Stato sul lavoro dei volontari ha reso il volontariato molto raro. L’Europa dei «piccoli plotoni», come Burke li chiamava, nella quale le comunità locali provvedevano da sé al proprio aiuto, all’intrattenimento, alle associazioni, scuole e circoli serali, è ora cosa passata. Nell’Est europeo, cose come queste spesso sono state deliberatamente distrutte dai comunisti. Nell’Ovest, sono semplicemente decadute. Non biasimo nessuno per questo, nemmeno vedo come poteva essere evitato, data la quasi universale richiesta di uno Stato sociale, o la disponibilità immediata, attraverso i mass media, di intrattenimento dentro casa. Ciononostante, dovremmo cercare di comprenderne le conseguenze. Adesso viviamo in comunità nelle quali gli obblighi più importanti sono definiti dallo Stato e dove né la famiglia né la società civile esercitano una forte presa sulle vite delle persone come una volta erano in grado di fare. Certamente lo Stato non è totalitario e fa del suo meglio per tutelare la libertà e la sovranità dell’individuo ogniqualvolta queste siano minacciate da qualcosa di estraneo a esso stesso. Tuttavia lo Stato è sempre più responsabile della società e in particolare di quelle associazioni e istituzioni cruciali nelle quali il capitale sociale è scomparso: scuole, università e progetti di formazione per giovani.