Una libera tribù grazie a un libro (virtuale)

Un gruppo Facebook nato per lanciare un volume inedito diventa luogo di dibattito antistatalista. E il saggio? Per ora si è trasformato in e-book. Continua la serie di articoli su Internet visto da destra, per evidenziare come sia possibile un altro web, in linea con i principi liberali<br />

L’idea iniziale è sorta da una constatazione elementare: dal fatto che durante la giornata succede d’incontrare la maggior parte degli amici sui social network (magari di sfuggita, e anche solo per scambiare due parole) e in particolare su Facebook. Volendo comunicare loro che stava per uscire un mio libro (Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks, per le edizioni Rubbettino) ho creato un gruppo di discussione sul tema, in generale, e sul volume stesso, in particolare.

Perché se da un lato il web è lo spazio aperto per eccellenza (l’habitat naturale di quanti accedono a testi, software, musiche e filmati sottratti alle logiche del copyright e, in questo modo, liberamente scaricabili da tutti), d’altro lato esso può egualmente essere un luogo per dialoghi tra pochi intimi, dove s’incontrano appassionati a questioni perfino un po’ inusuali. L’ipotesi era che esistessero numerose persone, soprattutto all’interno dell’underground libertario, che avrebbero trovato interesse a dibattere una domanda come la seguente: «è ragionevole avere fede nel potere e a prestar fede a quanto ci dice?».

E mi sono reso conto che grazie a Facebook le avrei potute raggiungere facilmente.Nell’arco di pochi giorni gli iscritti sono diventati più di trecento, ma soprattutto questa minuscola provincia del cyber-spazio si è animata con controversie di varia natura: sul rapporto tra libertà civile e tradizioni religiose, sulla natura sacrale del potere, sulla necessità di affrancare l’educazione dallo Stato, sul rapporto tra sfruttamento fiscale e manipolazione ideologica, e via dicendo. Come speravo, le questioni al centro del pensiero liberale classico sono stati rilette in una prospettiva volta a sottolineare la natura teologica del potere e il suo mimare la religione.

La cosa ha preso poi una piega particolare quando, per ragioni organizzative, si è deciso che la distribuzione in libreria del volume sarebbe slittata a gennaio. D’intesa con l’editore si è infatti scelto di mettere comunque il volume a disposizione di quanti, nel gruppo sorto su Facebook, erano interessati alla cosa: e solo a loro. E ora c’è già chi ha comprato il testo e ha iniziato a commentarlo, sviluppandone alcuni aspetti.

Il «libro che non c’è», in quanto non ancora disponibile sugli scaffali delle librerie, è infatti già in mano di questa piccola comunità di amici - anche se la nozione di friend, ovviamente, in Facebook ha un’accezione assai ampia - e il risultato è che inizia a essere giudicato e interpretato al di fuori delle logiche e dei canoni usuali.
In fondo, tutto ciò ha a che fare con la natura stessa della globalizzazione, di cui internet è una conseguenza essenziale. Se l’aprirsi delle frontiere porta a riscoprire con maggior interesse le proprie radici e la propria identità (e trent’anni fa sarebbe stato inimmaginabile il successo di cantanti che usano il dialetto: da Davide Van de Sfroos a Charlie Cinelli, per limitarsi a un paio di voci lombarde), analogamente la possibilità d’incontrare chiunque nell’anonimato può anche indurre a valorizzare un cerchio ben definito entro cui progressivamente ci si conosce, iniziando poi a incontrarsi pure nel «mondo reale».

Nella minuscola «tribù» di Credere nello Stato?, insomma, il web ha smesso di essere un oceano senza confini, per farsi un piccolo specchio d’acqua assai familiare. Riducendo le distanze ed eliminando le barriere, la tecnologia favorisce l’incontro di persone di differente, ma non indistinto, orientamento culturale: libertari e conservatori, anarchici e moderati, atei e tradizionalisti, e via dicendo. Gli amici del Tea Party Italia e del Movimento libertario hanno iniziato a «postare» i loro inviti e a dire la loro quando si discuteva su Kant o Hannah Arendt, sui nuovi pirati e su WikiLeaks, sul superamento dell’opposizione tra destra e sinistra, o anche sull’immagine scelta per la copertina del libro: Jean-Bédel Bokassa al momento della sua grottesca incoronazione a imperatore.

Il gruppo trae beneficio dalle opportunità di internet, che nel mezzo di una conversazione permette di suggerire la lettura di articoli linkati da chissà dove, ma entro un universo di relazioni del tutto concrete: una comunità in cui ognuno ha la propria voce e se acquisisce una qualche autorevolezza è solo grazie alla bontà degli argomenti che utilizza e all’interesse che i suoi interventi sanno suscitare.

Curiosamente, ma non tanto, uno dei temi ricorrenti nelle discussioni è stato proprio quello delle città volontarie: il progetto, insomma, di superare l’ordine degli Stati coercitivi attraverso forme politiche basate sul consenso di ogni singolo. Ma in qualche modo ogni gruppo analogo funziona già ora come un villaggio spontaneo, abitato da persone che magari non hanno le stesse idee - nonostante sia possibile una forte consonanza di fondo - e però sono disposte ad accettare regole ben precise e condividere taluni interessi. Anche questo, insomma, è il web, che alcuni vivono come un magma indifferenziato, ma che sempre più va considerato come uno spazio da colonizzare grazie a relazioni interpersonali, dove nascono diatribe e si sviluppano confronti. Anche prendendo spunto da un libro e dalle domande che l’hanno generato.