Il liberale che fiancheggiò il fascismo

Escono le memorie inedite del diplomatico monarchico Giuseppe Salvago
Raggi: le critiche feroci ai politici dell’Italia giolittiana, le
simpatie per l’ascesa di Mussolini e poi la delusione per le speranze
tradite

Quando lo incontrò di persona, all’indomani della marcia su Roma, il marchese Giuseppe Salvago Raggi, nome mitico della diplomazia italiana postunitaria, si trovò davanti un Mussolini diverso dal personaggio trasandato e bohèmien che aveva intravisto alla conferenza di Cannes. Adesso era un signore in redingote, immerso nel ruolo di governante, aveva l’aspetto di uomo serio e severo, lo sguardo duro. La diversità tra i due spiccava.

Anche Salvago Raggi era austero e impeccabile, ma il portamento rivelava la dignità e l’autorevolezza del notabile dell’età liberale, aristocratico nel tratto e nelle convinzioni, estraneo a suggestioni rivoluzionarie, incrollabile servitore dello Stato. I due rappresentavano mondi, al fondo inconciliabili, che, allora, ebbero modo di scrutarsi e misurarsi: mondi che non avrebbero potuto convivere tranquillamente.
La descrizione dell’incontro conclude il volume di memorie di Giuseppe Salvago Raggi (1866-1946) Ambasciatore del Re. Memorie di un diplomatico dell’Italia liberale (in uscita per Le Lettere: un volume che ripercorre la vita straordinaria, per certi avventurosa, divisa tra l’Oriente e l’Africa, di uomo che fu spettatore e protagonista di eventi come la rivolta dei Boxer in Cina e di una fase significativa della colonizzazione italiana come governatore dell’Eritrea. Le pagine sull’incontro sono poche ma importanti perché rivelano in controluce il dramma dei «fiancheggiatori» liberali che avrebbero finito per contribuire al successo del fascismo e al suo radicarsi nel tessuto paese. Indicative, in proposito, sono le battute che il diplomatico, rispondendo a Mussolini, riservò alla classe politica. Battute impietose contro Francesco Saverio Nitti, che «sapeva di condurre il suo paese alla rovina e su quella rovina voleva innalzare se stesso» e battute, solo in apparenza, più tenere per un Vittorio Emanuele Orlando e un Giovanni Giolitti, incapaci di ben governare perché «accecati dalla retorica parlamentare l’uno, dalla mentalità gretta l’altro» anche se onesti nel credere di «conciliare il minor male del paese con la loro permanenza al potere».

Ma anche battute amare che rivelano la delusione nei confronti di Luigi Sturzo che dava «l’impressione di un prete fanatico in politica come un Savonarola, con idee ristrette e campanilistiche». E poi l’uscita, tipica da liberale conservatore, di Salvago Raggi sul fascismo che avrebbe potuto suscitare le sue simpatie - in quanto reazione contro nittismo, popolarismo e parlamentarismo - se non avesse avuto il difetto d’origine d’essere repubblicano.

Negli anni a venire, Salvago Raggi si chiuse in se stesso senza svolgere, per quanto senatore del Regno, attività pubblica. Preferì guardare con distacco gli sviluppi politici. Si limitò a scrivere, quasi per gioco intellettuale, articoli non destinati alla pubblicazione e appunti. Sono testi dai quali emerge la disillusione di un uomo della vecchia Italia liberale davanti a un Mussolini che confermava la storia dell’apprendista stregone e a un fascismo che tradiva le speranze di chi lo aveva visto come una modalità di restaurazione dell’ordine e una reazione al parlamentarismo esasperato.
Significativi, come tentativo di ripensamento globale del periodo fascista, sono gli appunti che Salvago Raggi buttò giù, a caldo, dopo il crollo del regime. All’indomani del 25 luglio, annotò che avrebbe sconsigliato Badoglio di «sciogliere quella ridicola Camera dei Fasci e delle Corporazione» per non trovarsi senza Parlamento «come in realtà siamo ora», anche se «nessuno se ne accorge» essendo tutti impegnati a gridare contro il fascismo «specialmente quelli che più ne erano entusiasti». Il 9 settembre, dopo la diffusione della notizia della firma dell’armistizio, scrisse che, ascoltando il comunicato di Badoglio, si sarebbe messo a piangere «per l’umiliazione del mio paese e per il disastro nel quale quello sciagurato ci ha trascinati».
L’8 maggio 1944, mentre infuriava la guerra civile, tentò un bilancio del fascismo, convinto di poterlo tratteggiare - lui che non aveva chiesto nulla al regime - «senza rancore e senza ingratitudine» sottolineando «con serenità» quanto riteneva vi fosse stato «di utile per il Paese nostro nel fascismo» e «cosa di cattivo» e, ancora, perché «quel tanto di buono» si sarebbe rivelato «sterile per l’infelice nostro Paese».

La «prima caratteristica del Fascismo che attirava le simpatie di molti» era il fatto che volesse «stabilire un Governo forte» e «abbandonare quella retorica democratica che era stata la norma di tutti i governi» i quali avevano potuto «governare secondo la volontà del Parlamento diretto generalmente da una minoranza più audace e battagliera di una maggioranza sempre pronta a cedere dinanzi a frasi altisonanti di democrazia, libertà, socialismo». Era parso che il fascismo volesse «esser rispettoso delle varie libertà individuali purché non se ne abusasse con danno della collettività» e un tale «atteggiamento piaceva in Italia dove si era fatta una confusione fra demagogia parlamentare e parlamentarismo e si aveva finito per detestare il Parlamento». Il primo discorso di Mussolini alla Camera era stato «più che duro volgare e insolente» ed era stato «accolto con rassegnazione dalla Camera perché la Camera aveva perduto ogni senso di dignità»: e di questa situazione Mussolini aveva profittato per continuare a insolentirla sbagliando perché «se avesse cercato di rialzarne il morale anziché toglierle prestigio avrebbe potuto avere dal Parlamento utile collaborazione. Come pareva desiderasse nei primi mesi del suo Governo». Risultato positivo era stato il Concordato, possibile perché il governo fascista era «indipendente dalla Massoneria».
Sconsolate, poi, anche le considerazioni di Salvago Raggi sui primi governi postfascisti. Ai ministeri guidati da Badoglio erano succeduti quelli di Bonomi e poi quello di Parri. Come si legge in un amaro scritto dal titolo Regime di libertà, del 21 agosto 1945, osservava che nessuno fra quanti applaudivano al nuovo governo, come avevano fatto per quelli di Mussolini, rifletteva sul fatto che basi necessarie per un autentico regime di libertà avrebbero dovuto essere «la rigida osservanza della legalità, il rifuggire da ogni violenza, l’eguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge». E si domandava retoricamente: «Chi si ricorda in Italia che “a quei tempi”, prima del fascismo, c’era una massima che si riteneva fosse la base d’ogni vivere civile, e che il fascismo ha cancellato: “Tutti sono uguali dinanzi alla legge”?». Una massima che esprimeva il senso più profondo di quella Italia liberale della quale Salvago Raggi aveva visto nascita, affermazione, caduta. E della quale le sue memorie offrono un quadro.