La liberazione fra retorica e verità storica

In un recente saggio su Ideazione Sergio Bertelli ha sottolineato il quasi-silenzio che per oltre mezzo secolo ha avvolto le sofferenze inferte alle popolazioni italiane dagli atti di guerra degli angloamericani. Quale il motivo di questa rimozione? Bertelli lo ravvisa soprattutto in una «accorta revisione storiografica resistenziale» che ha generato negli italiani la convinzione «di essere usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale».
La tesi, molto fondata, esige qualche precisazione. È innegabile la reticenza sui misfatti di nemici dei quali, con lesto trasformismo, ci proclamammo poi alleati. Mi pare tuttavia che Bertelli esageri quando afferma che le «piccole Dresda italiane» sono rimaste «del tutto ignorate». Esiste in proposito un’ampia e documentata pubblicistica: a volte minore per risonanza, ma interessante. Allo stesso modo è eccessivo attribuire a tutta la storiografia il camuffamento della realtà, la descrizione d’un popolo italiano fremente durante il ventennio per ansia di libertà, che divenne protagonista d’una insurrezione generale contro i nazisti nell’aprile del 1945.
Favole giulebbose che ricorrono nei discorsi delle Alte autorità, ma che sono state contestate in molti testi. Anche da Indro Montanelli e da me nei volumi della Storia d’Italia. Bertelli cita tra gli autori che hanno contribuito a creare l’equivoco furbastro sul ruolo italiano nella seconda guerra mondiale Simona Colarizzi e Paul Ginzborg.
Con tutto il rispetto penso - forse illudendomi - che una qualche influenza l’abbiano avuta anche le pagine - di segno opposto - mie e di Indro: nelle quali le incursioni devastanti dell’agosto 1943 sulle grandi città del nord Italia - Mussolini era già caduto, l’Italia badogliana non chiedeva altro che di uscire dal conflitto e aveva inviato i suoi maldestri emissari a Lisbona - sono state trattate come meritavano: insensate rovine e orribili stragi volute dalla stupidità militare. Che trova ospitalità, in guerra, dall’una e dall’altra parte del fronte, fermo restando che la sorte riservata ai vincitori è di gran lunga migliore. Se le sue truppe fossero state vittime d’un attentato Patton - responsabile della fucilazione di prigionieri italiani inermi dopo lo sbarco in Sicilia - avrebbe reagito come Kappler se non peggio di Kappler.
Secondo me Bertelli non distingue sufficientemente tra storiografia seria e divulgazione storica televisiva: che nell’impatto sulla gente comune, spesso estranea alla carta stampata e plagiata dal piccolo schermo, conta mille volte più dell’intera opera d’un Renzo De Felice. Sì, in quelle rievocazioni i ruoli sono fissi e retorici, il tedesco feroce e l’americano buono. L’americano, ossia «Il Liberatore» ai cui piedi la popolazione siciliana si buttò quando ancora avrebbe dovuto considerarlo «Il Nemico». La narrazione di quegli anni propinata incessantemente agli italiani sorvola su ciò che non collima con la retorica dell’antifascismo e della partigianeria.
Non accade solo da noi. Per decenni gli orrori perpetrati contro le popolazioni tedesche dei territori passati alla Polonia e all’Urss, benché risaputi, sono rimasti inconfessabili. La voglia di aggiustare la storia a proprio uso e consumo è generale e gli esuli istriani, con ragione, lamentano il trattamento indifferente, e in talune circostanze inumano, che la Patria ha loro riservato, ma se si accenna ai rastrellamenti e alle rappresaglie italiane nei Balcani s’indispettiscono. La verità storica è spesso scomoda, ne sa qualcosa Giampaolo Pansa, ne seppe qualcosa De Felice, ne sapemmo qualcosa io e Montanelli.